«Noi siamo messi così come uomini: tu, io poi Carlo Rossella, presidente di Medusa, e Fabrizio Del Noce, direttore di Raiuno e responsabile di tutta la fiction Rai... Sono persone che possono far lavorare chi vogliono... Ecco quindi le ragazze hanno l'idea di essere di fronte a uomini che possono decidere del loro destino... Ecco l'unico ragazzo sei tu, gli altri sono dei vecchietti però hanno molto potere.»
Ohhhh, finalmente si può dire quel che da mesi le femministe vanno ripetendo.
Non è il risentimento guardone di qualche racchia insoddisfatta a esserselo inventato. Disporre di “patonze” come beni di conforto garantiti dal proprio status è una questione di potere. Lo sanno pure i finti ingenui, gli ignari “utilizzatori finali”, che in privato non si raccontano storie sul segreto del loro successo da serial lover.
E allora per una volta non discutiamo di chi “accetta il compromesso”, di quanto è turpe, scandaloso, o libero e autodeterminato. Parliamo di chi lo propone, di come ragiona, come è fatto chi fa simili richieste.
L’arzillo ometto che ha disponibilità e conoscenze che gli consentono di offrire soldi, raccomandazioni, carriere in cambio di prestazioni sessuali (o di stroncarle in caso di rifiuto), sa cosa vuole – carne fresca, valida - e sa pure che con ogni probabilità quella non lo ricambia affatto. La cosa non lo preoccupa minimamente.
Perché c’è un’altra cosa che sa chi comanda: come mettere a tacere resistenze che in un contesto normale (libero, paritario?) sarebbero inaggirabili. In che modo? Formulando proposte che non si possono rifiutare, mettendo l’altro nella condizione di non poter dire no.
Mi si dirà che drammatizzo, esagero, che nessuna di queste signorine è materialmente costretta a sedere a quel tavolo. Va bene, concedo, si può essere d’accordo, vendono “liberamente” il proprio corpo. Per quanto, a me sembra, lo spazio di manovra di ‘sta presunta libertà di scelta si restringa parecchio quando in ballo c’è il futuro, la svolta di una vita e non quattro spiccioli. È facile difendere la propria integrità, finchè nessuno si mette lì, a quantificarne il prezzo.
E se succede che fai? Ti alzi, te ne vai, taci pietrificata dall’imbarazzo, o ascolti attentamente valutando l’offerta? Non lo so.
Io so solo che in quella situazione preferirei non stare, e che altri intorno a me non mi ci mettessero. Non mi chiedo in prima istanza quanto siano libere loro, le teenager rampanti che invece fanno la fila. Mi domando piuttosto se sia libero lui, il potente di turno, di fare scherzi del genere alla psiche altrui. Se la sua condizione lo autorizzi a condurre esperimenti faustiani su cavie invitanti e forse un po’ sciocchine, ma pur sempre umane, e se è questa la prerogativa che gli stiamo riconoscendo.
E qui le domande si intrecciano con la questione femminile. Lo fanno, per certi versi, loro malgrado, perché per come la vedo io, che sono donna sì, ma in primo luogo essere umano, il problema è trasversale e la risposta la stessa.
No, non è nella natura delle cose che a chi ha potere sia concesso il benefit della propria soddisfazione sessuale, l’acquisto e il consumo di persone preposte all’incarico. Non fa differenza che sia un uomo o una donna ad avanzare la pretesa, non lo giustifico manco se si trattasse di me. Come potrei esercitare sugli altri pressioni che non voglio ricevere, e chi se ne frega se c’è chi le accetta? Non cambiamo argomento. Qui si discute se è nel giusto chi le fa.
Per decidere cose del genere io di solito parto da me, dalle mie esperienze, un pizzico di inventiva e una sola regola, semplice semplice e vecchia come il cucco. Gli esperti la chiamano “golden rule”, forse perché da un paio di millenni non è saltato fuori niente di meglio per scegliere in merito a cosa è giusto o sbagliato.
Una cosuccia di banale buon senso, meno pacifica del previsto quando dalla teoria veniamo al caso concreto. Qui pare che l’abuso di potere non esista, tanto meno se di natura psicologica e morale, come in questo caso che a me sembra prototipico. E così ora che dalla debole farsa delle “cene eleganti e conviviali” siamo passati alla versione più à la page dei “rapporti tra adulti consenzienti”, quel che si vuol far credere è che si tratti di “relazioni tra pari”.
Ma che bisogno c’è di suggerire a un tuo “pari” che hai in mano il suo “destino” se vuoi che faccia la sua scelta?
O vuoi impedirglielo? E in questo desiderio di prevaricazione non c’è niente di male?
La legittimazione alla prepotenza erotica dell’uomo di potere sfrutta la resistenza diffusa, più spesso maschile, comunque maschilista, a mettere a fuoco il punto.
Credo dipenda da un difetto di immaginazione, sta di fatto che molti non riescono a vedersi nei panni delle gyals. A “quelle” gli conviene e questo è quanto. Nessuno prende sul serio l’ipotesi che potrebbe capitare anche a lui di essere messo alle strette da simili aut aut.
Eppure in giro è pieno di aspiranti tronisti e di Lele Mora.
E se l’assalto all’autonomia del desiderio maschile ed eterosessuale divenisse la regola, se il corpo degli uomini fosse presidiato in ogni contesto da avances sempre più incalzanti e spregiudicate, soprattutto ritenute normali?
“Me lo cedi per il mio sollazzo? Ti finanzio il progetto. Ti faccio direttore, primario, consigliere” e su, risalendo la trama di interessi e opportunità via via più vaste.
Come reagirebbe l’homo eroticus berlusconiano trovandosi non più al governo, ma a servizio delle fantasie erotiche di nuovi potenti, che non coincidono e, francamente, se ne infischiano delle sue? Terrebbe fede al suo libertinismo anche a parti invertite, o messo di fronte all’alternitiva secca – dire di sì anche se non gli va o dare un calcio alla fortuna - lo ritroveremmo a questionare che non è giusto, la trattativa non è equa, che chi la propone lo sa e ne approfitta?
Perché a volte basta invertire le posizioni per riscoprire il fascino di quel vecchio arnese, il ragionamento morale…
Visualizzazione post con etichetta politica e informazione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta politica e informazione. Mostra tutti i post
sabato 24 settembre 2011
lunedì 19 settembre 2011
Il Michele Innamorato.
Santoro è tornato con un nuovo progetto, ambizioso - una trasmissione web finanziata dagli utenti – e tanti saluti alla tv generalista (Rai o La7 che sia) e alle sue beghe.
Contenta son contenta, per carità, e i 10 euro che chiede a sostegno dell’iniziativa glieli do volentieri.
Mi dispiace un po’ che non potrà seguirlo mia madre, che ha paura ad accendere il computer, sai mai, esploda. Mi dispiace per i telespettatori come lei, che un palinsesto migliore se lo meriterebbero tutto, ma, come si dice in questi casi, meglio piuttosto, piuttosto che niente. Almeno lo vedrò io e la ‘nicchia’ degli internauti.
Giusto il tempo di rallegrarmi per la notizia, che trapela il primo dettaglio a smorzare i miei entusiasmi.
Il programma si chiamerà Comizi d’amore.
Comizi d’amore? E perché? Non mi accorgo forse che è una citazione pasoliniana?
Certo che sì, ma non capisco cosa c’entri. I comizi di Pasolini trattavano d’amore davvero, in tempi in cui d’amore non si poteva parlare, fuorchè nella lingua morta di un’ufficialità ipocrita, maschilista, bigotta. Allora era sì necessario, e liberatorio, rivoluzionario, rendere noti fatterelli comuni – le esperienze erotiche al di fuori del matrimonio, la varietà del desiderio sessuale – ma innominabili, confinati in case per definizione chiuse, praticabili solo a patto di un omertoso silenzio al riguardo. Il pubblico decoro imbavagliava la discussione pubblica su questioni che dovevano restare private, cioè a dire mute, invisibili. Oggi è vero semmai il contrario, in pubblico non si chiacchiera d’altro, in un processo di erotizzazione onnivoro che coinvolge tutto - il mercato, la comunicazione e i media, la politica – spazzando via, almeno a parole, freni inibitori e distinzioni obsolete.
Ma tornando ai Comizi d’amore di Santoro, perché dunque dovrebbe chiamarsi così un programma che si suppone non si occupi dell’argomento, ma di politica in senso proprio, di amministrazione e governo del bene comune, di gestione del potere?
Ho il sospetto che il richiamo pasoliniano acquisti senso solo se riferito ad un’altra, più nota, creatura stramba e incoerente, il Partito dell’amore, citazione letteraria a sua volta, più o meno consapevole, ed esempio compiuto di unione coatta tra cose che non stanno insieme in un paese normale. Senza l’ircocervo che sintetizza l’ésprit politico berlusconiano, la scelta di intestare all’amore un programma di informazione e approfondimento resterebbe misteriosa.
Tuttavia anche spiegata così, in chiave ironica, a me pare discutibile. Punzecchiare l’artefice di quella straordinaria confusione di piani e registri che ci è sotto gli occhi, perpetuando la stessa confusione è un’arma a doppio taglio che espone a molti rischi.
In primo luogo la conferma indiretta di un teorema tipicamente berlusconiano – che il discorso pubblico debba e di fatto faccia appello più ai sentimenti e alle emozioni della gente che a ragionamenti condivisi, non soltanto la politica, come concepita dal premier e realizzata nel suo partito-azienda-famiglia-clan, ma anche l’informazione che, si direbbe, quando funziona al meglio, lo fa ricorrendo agli stessi meccanismi.
Quindi del suo corollario – che Santoro è l’unico ad aver tenuto testa a Berlusconi dal punto di vista mediatico, ergo ne è l’avversario politico. In una battaglia a suon di stimoli-base e colpi ad effetto non ha senso chiedersi chi fa cosa e perché, a che scopo, con quale funzione. Contano solo le reazioni istintive: sei con me o contro?
Se si accetta sia pur con intento provocatorio la retorica dei sentimenti a sproposito e fuori contesto, il terreno di proliferazione naturale del berlusconismo, si finisce col far annegare nella stessa melassa i distinguo sulla propria diversità, umana e professionale. Quel che accade con Comizi d’amore, un titolo sornione, ammiccante e un po’ ruffiano, di cui francamente non si sentiva il bisogno.
p.s.: Ci potevano essere soluzioni meno scontate e opinabili per individuare un nome che suggerisse, tenendoli assieme, una serie di elementi rilevanti per la trasmissione - la novità rappresentata dal progetto in sé, quella più vasta connessa allo scenario politico che va disegnandosi, l’apertura di giudizio al riguardo e il riferimento cifrato all’oscuro retroterra orwelliano da cui veniamo… La butto lì, che ne dite di Il mondo nuovo?
venerdì 9 settembre 2011
Se DSK non va in pensione ora, quando?

DSK è stato prosciolto dalle accuse perché pare sia impossibile stabilire se sia trattato di stupro o di una relazione consensuale. Due versioni contrastanti, un solo elemento certo, le tracce seminali che testimoniano il rapporto sessuale. Fin qui poco da aggiungere. Lo capisco anch’io, da femminista e da garantista (e le due cose, vi assicuro, non sono inconciliabili) che in mancanza di testimonianze e prove oggettive a suffragio dell’ipotesi di reato, le cose non potevano - né avrebbero dovuto – andare altrimenti. A margine resterebbe soltanto l’amara considerazione che per crimini del genere nella maggior parte dei casi va proprio così: non c’è altra traccia al di fuori delle parole della vittima, se e quando trova il coraggio di pronunciarle.
Tuttavia le motivazioni con cui viene archiviato il caso non si limitano a constatazioni di questo tipo, si direbbe lapalissiane: lo stallo investigativo appena descritto, le sue conseguenze sul piano giudiziario. Non è la fretta che disturba, la mancanza di un processo, e comunque non sta a me dirlo, non sono così esperta del sistema giuridico americano per poter giudicare. È il peso giocato dalla ricostruzione puntigliosa del ‘profilo indiziario’ della vittima che irrita davvero. Della vittima, e non dell’imputato, si cercano e denunciano le incogruità nel racconto, i comportamenti ambigui, le frequentazioni losche. Non solo, si passa al setaccio il suo passato con l’assurda pretesa che sia decisivo per appurare la credibilità del suo resoconto sul fatto circoscritto.
Se il di che fu mentì all’ufficio immigrazione, allora non può dire il vero adesso.
Un’argomentazione del genere solleva più di ‘un ragionevole dubbio’ se svolta, come ci si potrebbe aspettare, al contrario sul ‘reo presunto’, un molestatore seriale, che ha tentato la fuga e reso falsa testimonianza all’inizio. Ha pertanto dell’incredibile il fatto che venga applicata alla ‘presunta vittima’ e a lei soltanto.
Ma perché la procura non dichiara semplicemente la resa dinanzi all’impossibilità di verificare coi propri mezzi come si siano svolti i fatti, perché si sforza di suggerire un finale che metta in cattiva luce la parte offesa? Per offrire un risarcimento mediatico al danno d’immagine subìto da quel pòpò di imputato, la cui reputazione si suppone cresca tanto più s’affossa quella della controparte, l’avida cameriera.
Il tentativo di riabilitare DSK si è messo in moto anche altrove. Il suo nome torna a circolare negli ambienti che contano, in Francia e all’estero, a destra e a sinistra. C’è persino chi ha pensato di riproporlo come candidato del Ps all’Eliseo, se non fosse per quelle guastafeste delle femministe e per i sondaggi, probabile monopolio delle medesime bacchettone.
Non credo che a questi signori sia chiaro il quadro, che comprendano le ragioni di un disappunto popolare - femminile e non solo - che goffamente tentano di minimizzare, storpiandolo, confondendolo con pruderie e oscurantismo. Non è in corso un irrigidimento dei costumi, non ve n’è alcun segno, né le donne, in primo luogo quelle che si dichiarano femministe, hanno tutt’a un tratto perso di vista la distinzione tra pubblico e privato. Non le sconvolge che il ministro o il banchiere abbiano l’amante, la loro vita del resto contempla queste ed altre esperienze. Sono curiose, impegnate, diverse e avvezze alla diversità. Hanno un solo difetto: tendono a non considerare l’uso e l’abuso di persone a fini sessuali, specie quando si intreccia con l’abuso di potere, una faccenda privata.
Ovvio che non vedano di buon occhio i marpioni vecchia scuola come DSK, abituati a fottere e comandare come fosse la stessa cosa.
martedì 4 maggio 2010
Le parole sono importanti
Sono un’elettrice di sinistra. Un’estremista moderata o una moderata estremista che dir si voglia. Una che diffida delle contrapposizioni nette, preferendo la pratica più modesta del confronto ragionato su proposte concrete. Che non si scandalizza per le alleanze a patto che esse avvengano alla luce del sole, siano finalizzate a obiettivi chiari, condivisi e non costino troppo. Su certi principi e certi valori - laicità, libertà civili, giustizia sociale, un’idea sostanziosa di bene comune - non voglio arretrare di un passo.
Di questi tempi per una così trovare non dico una casa, un partito, ma almeno un riparo provvisorio è impresa ardua. Non sono pochi quelli che, meno scrupolosi e pazienti della sottoscritta, hanno da tempo gettato la spugna scegliendo di non votare. In questo senso ha ragione l’Annunziata, l’astensionismo coinvolge pure “i moderati”. Ma “moderati” è un’etichetta vaga e, a meno che non si escludano a monte quelli come me - giovani precari magari un po’ spiantati, laureati col piercing e il phd, confusi sì, ma non al punto da scambiare la politica con il derby allo stadio – “moderati” vuol dire tutto e niente.
Perché è così difficile trovare una collocazione a sinistra? Per quanto mi riguarda il problema è retorico prima ancora che politico. Lo so, può sembrare superficiale, ma è brutalmente vero. Non amo i paroloni altisonanti, il tono ampio, magniloquente delle grandi celebrazioni e dei massimi sistemi. Mi viene una fitta allo stomaco ogni volta che Ferrero, o chi per lui, se ne esce con qualche citazione nostalgica, tirata fuori da un ciclostile degli anni ’70.
Un dolore lancinante e lì mi ha perso, non riesco più a seguirlo a dispetto delle intenzioni e dei contenuti. Persino Vendola, che pure è più simpatico e à la page, talvolta scatena in me reazioni inconsulte. Quando parte con le sue bordate evangeliche, coi predicozzi da avventista del settimo giorno mi trasformo nella ragazzina dell’Esorcista e non è un bel vedere.
Il punto è che mi piace l’asciuttezza, il ritmo stringato, l’inversione e l’ironia. Ho letto Sciascia e Camilleri (ma avrei potuto citare gli americani): non so che farmene di sermoni, fioriture e birignao. Molto meglio una battuta incisiva, un gioco di parole, un graffio.
Non amo tuttavia il compiacimento verbale fine a se stesso, il calcolo a tavolino del polemista scafato, l’aria sicura e strafottente del primo della classe che si trastulla pensando “ora la sparo grossa”. Non voglio che mi si squaderni il mondo come fossi un’imbecille, preferisco farmelo raccontare da un compagno di ventura, da qualcuno che si considera sulla mia stessa barca, capace ogni tanto di strapparmi un sorriso sulle nostre miserie senza per questo salire in cattedra. Non a caso digerisco Travaglio a fatica anche se sa il fatto suo, mentre di Berselli sento già la mancanza e non credo mi passerà.
Non amo neppure l’umor nero, il veleno e il sarcasmo. Per questo non mi entusiasma Grillo, che, a mio avviso, ha perso il suo smalto: è nervoso e appuntito, biliare, si trasforma ogni giorno di più in una specie di Savonarola di noi altri. E poi ho detto che mi piace il linguaggio semplice, diretto, non per questo sciatto o inutilmente volgare.
Perché non guardo al Pd?
Non è esatto, in effetti lo faccio ma ritrovo all’interno del suo corpaccione tutti i difetti menzionati prima. Il veltronismo zuccheroso passato in eredità a Franceschini, un meringone moralista che neanche il libro “Cuore”. L’isterismo martellante della Turco, per la quale proporrei uno spegnimento temporaneo, almeno finché non recupera un po’ di serenità. La spocchia altezzosa di D’Alema, che spesso ha ragione, ma è insopportabile.
A questo proposito è necessaria una precisazione – D’Alema ha ragione per me, che sono un po’ cervellotica e concedo a mia discrezione qualche credito agli antipatici, ma non si illuda Massimo, non credo di essere un buon campione – a cui segue una breve riflessione – la simpatia, berlusconismo a parte, non è un aspetto deleterio, mistificante o secondario della politica, come di ogni relazione umana. Sarebbe ora che anche la classe dirigente di sinistra se ne rendesse conto.
Bersani potrebbe anche attrarmi, non dico di no. Schietto, pragmatico, ironico e sornione sembra il candidato ideale per un “dalemismo dal volto umano”, progetto che in sé non mi dispiace. Trovo simpatici i suoi quadretti da bar, il realismo contadino e operaio che non è mai caricatura, le metafore artigianali e strampalate, purtroppo a volte indecifrabili. Mi spaventano invece le sue improvvise e inspiegabili assenze proprio quando accade il finimondo. Se ripenso al dicembre pugliese prima delle regionali ho una stretta al cuore, tanto più per come è andata a finire. Emiliano che accusa Vendola di voler distruggere il Pd e la sinistra tutta, Vendola che contrattacca gridando al complotto con Casini. Primarie tardive, pasticciate, il silenzio assordante di Bersani, la presenza eccessiva di D’Alema, tutto questo per vincere di misura, di fatto grazie alla spaccatura degli avversari. E poi i festeggiamenti in piazza, Vendola che stappa lo champagne, Emiliano al suo fianco ad abbracciarlo. Il presidente neo-eletto che si dichiara pronto alle trattative con l’udc, io a casa che sembro Tafazi. Una sola domanda che mi ronza in testa: non potevano sentirsi in agosto e risparmiarci ‘sta manfrina?
Comunque, archiviando per un momento le perplessità, lasciando alle spalle il passato, devo riconoscere che giovedì ad Annozero Bersani è riuscito a compiere il miracolo: la sua replica a Travaglio, alla Innocenzi e alla Rangeri era pressoché perfetta, metricamente inappuntabile, chiara, diretta, appassionata e al tempo stesso priva di cedimenti sentimentalistici, concreta, sincera. Manca poco e mi convince.
Un segretario così può riconquistare un bel po’ di “moderati” atipici, a patto però che non sparisca di nuovo, che non si intiepidisca, non si afflosci per strada come stava per accadere già alla fine del programma quando la Rangeri, in un moto di riscatto, ha sapientemente tirato fuori la questione del referendum sull’acqua. Lì Bersani ha fatto un passo indietro, ha cincischiato con un fumoso “ni” che non è “no, non ci interessa” e neppure “sì, lo appoggiamo”. Ecco, da parte mia avrei preferito il piglio di prima, anche a costo di scontentare qualcuno. Bersani non vuole sostenere il referendum? Che me lo dica, e lo dica alla Rangeri, chiaro e tondo. Qualcosa tipo “niente strumento referendario, tanto più visti gli ultimi risultati. Al momento in parlamento non abbiamo i numeri per presentare un disegno di legge in materia, possiamo solo lavorare insieme per stendere al più presto una proposta decente, delle alleanze solide e vincere le elezioni”. Ad una risposta del genere potrei riconoscere delle ragioni e in ogni caso potrei fare i miei conti.
Mi si replicherà che in fondo questo intendeva Bersani. Può essere, anzi è certamente vero, solo che bisognava estrapolare il messaggio dagli sbuffi e dai ricamini in cui era avvolto, gli equilibrismi e le piaggerie reticenti che ingolfano la strategia comunicativa del partito e affaticano gli elettori come me. Per una manciata di minuti questo ciarpame retorico mi è sembrato lontano, un brutto ricordo e niente più . Il discorso di Bersani sembrava fuori dallo schema consueto, l’oscillazione tra “non detto” e “detto troppo e male” che da sempre cadenza e inquina la discussione pubblica in questo paese. Un’alternanza che richiede un continuo sforzo di decifrazione da parte di noi poveri elettori a fronte dell’irresponsabilità linguistica, prima ancora che politica delle dirigenze. Una fatica che è sempre più gravosa e rispetto alla quale le parole di Bersani sono state una ventata d’aria fresca, credibili e avvincenti perché aderenti ai fatti, alla propria esperienza di vita quotidiana, senza tutti quei fronzoli che in politica soffocano il racconto.
Peccato che alla fine del programma l’attimo fuggente fosse già passato. Spero si sia trattato di un calo fisiologico, un po’ di stanchezza a fine giornata. Non vorrei dovermi consolare col filmato su youtube per chissà quanto in mancanza di meglio, proprio ora che cominciavo a prenderci gusto …
lunedì 29 marzo 2010
Sua Eccellenza, una preghiera…
Non ne posso più di questa tiritera sull’aborto che salta fuori ad orologeria sempre in prossimità di appuntamenti elettorali. Stavolta è Bagnasco, presidente della Cei, a ribadire l’agenda morale e politica del “buon cattolico”. In cima alla lista dei “delitti incommensurabili”, accanto al razzismo a cui è equiparato, si piazza di nuovo, niente popò di meno che, l’aborto. Attorno a questi due temi, in contrapposizione ad essi, il credente è chiamato a orientare il proprio voto. Il sottotesto è chiaro, anche se, tra le righe, si legge qualche timida incertezza di Sua Eccellenza, lo scricchiolio di alleanze tacite, pressoché scontate in passato, a cui oggi è necessario apporre qualche distinguo.
Il riferimento all’aborto ha un nome e cognome, Emma Bonino, la femminista radicale nemica di sempre. L’indicazione allegata è inequivocabile, sostenere la Polverini nonostante il pasticcio delle liste, evitare l’astensionismo e la dispersione del voto cattolico che favorirebbe i rappresentanti della “cultura della morte”. Quello al razzismo sembra invece il tentativo di smarcarsi, sia pur blandamente, da certe trivialità della parte amica, in particolar modo della lega, che della caccia al clandestino ha fatto una cifra distintiva. Ma il messaggio è generico e al tempo stesso sottile, spara nel mucchio, non ha un destinatario chiaramente identificabile e poi non ne parla nessuno. Capisce chi ha orecchie per intendere e così sia, nei secoli dei secoli, amen. La linea che da sempre piace ai porporati.
Mettendo da parte l’irritazione per l’ingresso a gamba tesa nella vita politica del paese, che - mi dicono – è normale (il che provoca in me ulteriori sbigottimenti). Trattenendo per un attimo il fiato, concedendo che sia così, normale, una casualità il tempismo, una coincidenza lo scontro polemico su un tema, l’aborto, spendibile contro un solo candidato per ragioni peraltro discutibili.
In quanto donna e, direi con le opportune postille, femminista, il discorso di Bagnasco produce in me reazioni più profonde. L’accettazione acritica dei suoi presupposti da parte di amici cattolici colti, raffinati, intelligenti, le concessioni di qualche filosofo in erba “moderatamente di sinistra” mi danno il colpo finale. L’aborto sarebbe un crimine al pari del razzismo, dell’omicidio e di chissà quali altre nefandezze. Qualcuno osserva che è anche peggio del razzismo, perché a quest’ultimo spesso si sopravvive, mentre con l’aborto ciò è escluso in partenza. Comunque la posizione della Chiesa è nota, non dovrebbe meravigliare nessuno, anzi ogni “buon cattolico” è chiamato a condividerla e accettarla.
Mi vien da pensare che di queste cose molti cattolici discutano poco o niente. E in effetti la materia non scalda gli animi popolari, che al dunque non ne fanno una battaglia politica. Lo testimonia il flop del movimento di Ferrara, che nessuno a tutt’oggi ha capito cos’era. Di aborto discute una ristretta cerchia di persone - gli eruditi, i teologi, i filosofi, gli specialisti di bioetica - che dovrebbero aiutare gli altri a capire le cose più oscure e invece spesso servono solo a complicare il quadro, a becchettarsi tra loro a suon di astrazioni.
E sì, perché ci vuole fantasia a mettere sullo stesso piano razzismo e aborto unificandoli nella condanna morale. A me sembrano cose molto diverse, così come mi sembra cieco, frivolo o in malafede in misura del contesto, talvolta pericoloso chi sostenga il contrario a costo di negare diversi tipi di evidenza.
Devo guardare al male prodotto per valutare i casi che ho di fronte, al fatto che dal razzismo posso salvarmi, dall’aborto no? Ma questa è un’etica di stampo consequenzialista, nella quale norme e valori si riordinano di continuo, sono commensurabili eccome. Si possono fare confronti in base alle previsioni delle conseguenze di azioni e scelte, e fare un ordinamento gerarchico tra situazioni migliori e peggiori, un ordinamento peraltro rivedibile. Se così fosse un sistema razzista che non fa morti, ma solo emarginati sociali, potrebbe essere comunque migliore non soltanto di uno che uccide su basi razziali, ma anche di uno che consente la pratica dell’aborto da cui non c’è scampo. L’allerta morale dei cattolici dovrebbe subito concentrarsi nella contrapposizione a quest’ultimo, facendo slittare in fondo al listino delle priorità la lotta alle discriminazioni razziali.
Lo so, può sembrare che sia andata proprio così in Italia ultimamente e che una spinta in questo senso sia venuta direttamente dall’alto, ma è non certamente questa la strategia argomentativa di Bagnasco e compagnia varia, gli ideologi dell’anti-abortismo. Meglio non prender per fesso l’avversario: ha letto i testi, fatto scuole buone e tutto da guadagnare da letture semplicistiche. E poi ho promesso di fermarmi in superficie, di concedere un vantaggio al mio interlocutore evitando commenti dietologici. Quella descritta prima non è la posizione ufficiale della Chiesa e in questa sede tanto basta.
E allora in che senso razzismo e aborto si somigliano? Per quale motivo fenomeni del genere dovrebbero mobilitare la coscienza del credente allo stesso modo? La risposta è davvero scontata, entrambe sono offese alla vita e alla dignità dell’essere umano, valori non negoziabili in una prospettiva morale universale che vuole dirsi cristiana davvero.
Ora, nel caso del razzismo l’applicazione del principio è abbastanza semplice e intuitiva. Non ho alcuna “ragione” per dubitare che l’altro, il diverso da me per etnia, colore della pelle, provenienza geografica e culturale, non sia in fondo uguale, un essere umano come me, una persona a tutti gli effetti. Non ho alcun diritto ad essere razzista, a prescindere dal calcolo delle conseguenze, dal male effettivo che il mio razzismo produce. Non ho neppure bisogno di credere in Dio per arrivare a una conclusione del genere, niente affatto relativista. Mi basta un po’ di esperienza, spirito d’osservazione e buon senso. Tutt’al più, volendo proprio strafare, qualche lettura, Kant ma anche gli insegnamenti di Gesù o qualche buon romanzo, a seconda delle inclinazioni e dei gusti.
Ma per l’aborto le cose sono altrettanto chiare, lineari, incontrovertibili?
In realtà in questo caso parole come essere umano e persona, così “naturali” nel precedente contesto, sembrano non calzare a pennello rivelando tutta la loro vaghezza semantica.
Cos’è di preciso l’embrione? Domanda difficile. Non ci troviamo di fronte a un intero psico-corporeo, di fatto nemmeno dinanzi a un organismo morfologicamente definito, per quanto non autonomo, che abbia già avviato interazioni sensoriali elementari con l’ambiente esterno. Nessuna individualità, neppure un indizio di coscienza. I nostri criteri ordinari per l’attribuzione di “personalità” qui perdono efficacia.
E allora perché la Chiesa non ha dubbi, l’embrione è persona a partire dal suo concepimento?
Bisogna intanto notare che non è sempre stato così. Il dibattito sullo statuto ontologico dell’embrione non è nuovo, non è il prodotto della modernità. Ne discutevano già Platone e Aristotele e la questione, riformulata in termini religiosi – quand’è che fa la sua comparsa l’anima, il tratto distintivo dell’umano, l’elemento rivelatore del divino? – si è trasferita in ambito teologico. San Tommaso, da buon aristotelico, non riteneva possibile che l’anima razionale fosse presente nell’embrione sin dall’inizio: in quanto insieme di facoltà superiori caratteristiche di una certa materia, essa aveva bisogno di una materia “formata” abbastanza, capace di accoglierla. Per questo, ne concludeva, veniva infusa per grazia divina in una fase di sviluppo dell’embrione che va dal quarantesimo giorno per i maschi al novantesimo per le femmine (e ti pareva!).
Ma queste stramberie oggi sono superate proprio grazie all’avversario di sempre, la scienza, che con la scoperta del DNA ha fornito alla Chiesa l’argomento più robusto per sostenere che l’embrione è persona da subito, ogni pratica che possa provocarne la soppressione – aborto, pillola del giorno dopo, RU486 – equiparabile all’omicidio.
Laddove l’ontologia non arrivava (né poteva arrivare), è subentrata la biologia a togliere le castagne dal fuoco. Ma, si badi, questa non è una resa incondizionata al nemico. Per gli altri temi “eticamente sensibili” come si dice adesso (quasi che problemi come il lavoro non comportino riflessioni di ordine morale), l’acredine per quei materialisti degenerati degli scienziati è tutt’altro che sepolta. Chi se ne frega se per aver ragione nel caso specifico bisogna incorrere in qualche incoerenza!
In effetti rispetto alle altre questioni bioetiche, che sembrano condividere un aspetto comune – staminali, testamento biologico, fecondazione assistita sono problemi “nuovi”, portato degli sviluppi delle tecniche mediche – l’aborto è un fenomeno a sé stante. Antica la disputa ontologica sull’embrione, vecchie come il cucco le pratiche per l’interruzione di gravidanza. Ne parla persino Ippocrate nel suo giuramento, vietandone il ricorso assieme alle terapie per il mal di pietra – i calcoli renali – e questo non perché le consideri un peccato. Il medico antico praticava un’arte pericolosa più vicina alla stregoneria che alla scienza. La sopravvivenza del paziente ai trattamenti cui era sottoposto era un evento già di per sé degno di nota. Per guadagnare una discreta reputazione bisognava tenersi lontani dagli interventi più rischiosi e invasivi. Ippocrate da buon caposcuola ne è consapevole e mette in guardia i propri allievi sulle insidie del mestiere. Prescrive loro di astenersi da quelle pratiche che mettono a repentaglio il nome di tutta la scuola, ammantando il divieto di un alone iniziatico che, come al solito, non guasta.
Risale all’epoca la biforcazione tra tradizione clinica, erudita, accademica, e pratiche terapeutiche speziali e chirurgiche, terreno di sperimentazione per figure quanto mai variegate - barbieri, macellai, norcini, cerusici, levatrici e mammane – girovaghi privi di istruzione, di procedure e regole comuni, talvolta di scrupoli. Una spaccatura protrattasi fino al XIX secolo e ancora oltre, nel caso dell’aborto sopravvissuta fino ai nostri giorni, sanata solo grazie a quella legge, la 194, di cui oggi si parla sempre più spesso a sproposito. In Italia prima di allora (e siamo nel 1978) l’aborto era illegale e clandestino, in mano a personaggi non troppo diversi dall’umanità variopinta descritta prima, a causa del cui operato chissà quanti milioni di donne, per dirla con Amartya Sen, mancano all’appello.
E qui veniamo al punto. Perché dopo tutte queste raffinate analisi, metafisiche e teologiche, sullo statuto dell’embrione, interessanti per carità, non abbiamo ancora sfiorato la peculiarità morale del problema dell’aborto. Persino l’argomento biologico, così come è recepito e usato dai “dottori” della Chiesa, parla dell’embrione come fosse situato in uno spazio sospeso, anonimo. Da questa posizione neutrale si pretende di ricavare una “soluzione” definitiva, ma il problema è proprio questo, la sua collocazione. Il suo stare “dentro” un altro essere umano, un’altra persona, una situazione che non ha un analogo in natura, per quanto la “fantasia” degli eruditi (quasi sempre uomini) si sforzi a costruire paragoni maldestri, nel tentativo di “normalizzare” il reale, di riportarlo a questioni già note. Il grande assente in questa discussione è l’altro (di primo acchito l’unico) essere umano di fatto presente sulla scena, una persona in carne e ossa, animata, “in atto” e non “in potenza”, meritevole, quanto meno, delle stesse attenzioni riservate all’esserino che si porta dentro. Non un essere umano qualsiasi - agli uomini per “natura” non capitano esperienze del genere – una donna, a cui a un certo punto può accadere di dovere scegliere per due continuando a essere una. Se lei non può decidere per lui, chi dovrebbe decidere per lei?
“Il dramma, signori, è tutto qui”, direbbe Pirandello, e proprio qui il discorso si inceppa, lasciando emergere una caratteristica del ragionamento morale, a cui teologi e filosofi smaniosi di trovare la quadratura del cerchio, non prestano la dovuta attenzione. Assente la riflessione sulla donna, assente la riflessione della donna. Non dico il pensiero di genere, in odor di eresia per Monsignore e i suoi amici. Parlo dei racconti di vita, delle esperienze, del come e perché si arriva a maturare la scelta di dire no alla propria creatura. Sarebbe interessante sentire il parere, chessò, delle suore bosniache per esempio, esperte di fede e, disgraziatamente per loro, anche di gravidanze indesiderate, chiedere loro se è così facile decidere cosa è giusto fare in quel contesto particolare. Ma le vittime di stupro sono testimoni scomode per chi è a caccia di soluzioni teoretiche. La realtà dei fatti diviene superflua, persino ostile per quest'ultimo.
Ora, si può essere d’accordo sull’esistenza di norme e valori oggettivi, e tuttavia questi ultimi talvolta (per fortuna non sempre) configgono in maniera radicale. I nostri strumenti ordinari ci vengono in soccorso, senz’altro può darci una mano la scienza, ma tutto ciò non “risolve” in maniera definitiva il problema, non lo elimina.
Per certi versi l’aborto è il classico esempio di dilemma morale, una situazione indecidibile in via di principio. Diversamente dal caso del razzismo, che in fondo è lo scontro tra diritto e prevaricazione, uno scenario che non ammette dubbi per chiunque abbia una coscienza morale, qui si scontrano due diritti e non smettono di farlo, nonostante lo scorrere del tempo e i progressi delle nostre conoscenze. Due diritti che letteralmente risiedono nella stessa persona, non possono venir rappresentati come istanze separate dinanzi al tribunale della discussione pubblica.
Non resta che rimettere la questione nelle mani del singolo che è coinvolto nella scelta, l’unico individuo che c’è, che è interpellabile in questo frangente, la donna, mettendola nelle condizioni di scegliere “bene” per sé e per l’altro che si porta dentro. Non si tratta di privilegiare i diritti delle donne contro quelli dell’embrione. Si tratta piuttosto di constatare che i diritti dell’embrione stanno dentro quelli della donna, che negando questi ultimi non si fa un buon lavoro a sostegno dei primi. Si tratta di bilanciare piuttosto che di risolvere, di mettere a punto meccanismi di aggiustamento tra istanze al contempo legittime, che non contrastino a loro volta con i principi fondamentali di integrità e autonomia della persona (nel senso ordinario in cui usiamo il termine), i fondamenti grazie a cui sono possibili convergenze tra diverse prospettive etiche e religiose e, soprattutto, declinazioni politiche delle stesse. Perdere questi criteri di orientamento comune non è un bene per nessuno, neppure per il cattolico fervente.
Passando per l’appunto dal piano morale a quello politico, proprio questo ha fatto il legislatore con la 194. Ha restituito al tema dell’aborto la sua complessità, ha garantito il diritto alla salute e all’auto-determinazione delle donne senza perciò farne una rivendicazione ideologica e aprioristica, ancorando a vincoli ragionevoli la legittimità al suo ricorso. Ha indicato una serie di strumenti di sostegno che si sarebbero dovuti realizzare, in modo da rendere possibili alternative di scelta. Insomma si è fatto carico responsabilmente di un problema complesso e ha cercato di offrire non una soluzione univoca, ma un quadro all’interno del quale le scelte dei singoli (in questo caso le donne) fossero più libere, sicure ed eque.
Una buona legge, peraltro sostenuta dal consenso popolare che si espresse a maggioranza con il referendum, una nota di merito, che, non si sa perché, agli occhi di qualcuno si trasforma in un elemento sospetto. Una legge che è rimasta in alcune sue parti lettera morta, come spesso accade in Italia, il che non dimostra affatto che fosse sbagliata. Una legge voluta da chi sostiene il diritto alla libertà di scelta e non la giustizia dell’aborto in sé e per sé. Non esiste nessuno che lo consiglierebbe a tutte almeno una volta nella vita. L’abortista è una figura fittizia inventata a bella posta per interpretare il ruolo del laico immorale. Sarebbe ora che anche il “buon cattolico”, il cattolico adulto e onesto intellettualmente se ne rendesse conto.
Sto forse sostenendo che la Chiesa non può avere un’opinione diversa in materia? In parte sì, ma rovescio la domanda e la rispedisco al mittente.
Io non credo che sull’aborto si possa fare la benché minima battaglia morale, e tanto meno una battaglia politica. La Chiesa e i cattolici la pensano diversamente? Va bene, però ci dicano in concreto cosa vuol dire questa “diversità”.
Per come la vedo io sul razzismo si possono lanciare strali da scranni e altari. Sull’aborto, che è un vero e proprio dramma della scelta, è lecito tutt’al più dare consigli, solo se interpellati e dopo aver ascoltato a lungo prestando attenzione. In ogni caso qualunque sia la scelta finale, tutte meritano un’assoluzione e un incoraggiamento. Qualche ave maria in più a chi ha riflettuto poco e questo è quanto. Non so proprio cos’altro possa fare una guida spirituale, un buon pastore.
Non basta? Non è quello che hanno in mente nei corridoi del Vaticano coloro che invocano ben altro radicalismo nella difesa della vita? E quindi cosa intendono di preciso? Che tutte le donne che ricorrono all'aborto sono moralmente colpevoli allo stesso modo a prescindere dalla situazione e dal contesto? Che è prevista la dannazione eterna per queste “assassine”? E per i medici che si prestano a tali pratiche, i farmacisti che vendono pillole mortifere, gli autotrasportatori che le portano in giro per mezzo mondo, gli operai che le inscatolano, i chimici che le sintetizzano e, al termine della lunga catena, gli uomini che le mettono incinte in chissà quali circostanze? Cosa è previsto per questi?
Dal punto di vista politico poi, l’antiabortismo di Bagnasco&co. è ancora più fumoso. Come si traduce politicamente? Che tipo di referente cerca? È stanco delle alleanze con politici baciapile, praticanti ma non credenti, la folta schiera dei Berlusconi, Casini, Mastella? Quali proposte concrete si aspetta in materia?
La vecchia tattica di piazzare il maggior numero possibile di obiettori di coscienza nei reparti e nei pronto soccorso ginecologici, in modo da rendere più complicato per le donne l’esercizio di un loro diritto, non è più sufficiente? Eppure finora ha garantito ottimi risultati: in alcune parti d’Italia è praticamente impossibile interrompere la gravidanza ricorrendo al servizio sanitario nazionale. La cosa talvolta ha avuto risvolti paradossali – medici tormentati da scrupoli nella loro attività pubblica, praticavano aborti clandestini fino al settimo mese in studi privati a Ischia e Napoli ad esempio, dimostrando di avere molto più pelo sullo stomaco di me, che con la fede non ho un buon rapporto – il che avrebbe dovuto aprire la discussione sulla moralità di tali obiezioni, ma di questo non si parla, non giova alla causa.
Mettendo da parte la questione e tornando a bomba, dobbiamo aspettarci un cambio di marcia? Si vuole tornare ai tempi in cui l’aborto era illegale? Si pensa di poter costringere le donne a partorire contro la loro volontà, trattandole a mo’ di incubatrici?
La mia impressione è che una difesa così strenua della “vita in potenza” risponda al bisogno di specificare la posizione cattolica nel presente contesto,di caratterizzare il proprio piazzamento nel mondo attuale. Tutto ciò a costo di trascurare i dati di fatto, di calpestare i diritti delle donne, delle vite in atto. L’attenzione accordata al tema dell’aborto rispecchia l’esigenza di definire una prospettiva cattolica, cosa sempre più difficile per la Chiesa al giorno d’oggi.
L’agenda morale e politica del “buon cattolico” rischia l’appiattimento su quella del “buon cittadino”. Così la battaglia ideologica si sposta su temi più idiosincratici, meno trasversali, che ridisegnano le priorità in risposta ai nuovi bisogni identitari. I pronunciamenti del Papa in visita in Brasile sono rivelatori: non la povertà, non la violenza, ma l’aborto in cima alla lista delle preoccupazioni.
Dietro a tutto ciò si nasconde un progetto, una piattaforma politica? Come dice Corrado Guzzanti quando fa Padre Pizarro, che vuol dire, che significa in concreto?
Il sospetto è che non voglia dir niente, che si agitino le acque solo per conquistare un profilo (assieme alle prime pagine dei quotidiani nazionali).
E allora Sua Eccellenza (e con lei ogni “buon cattolico”), le rivolgo una preghiera. Chiarisca i dubbi, venga allo scoperto rispondendo alle domande elencate con puntualità e dovizia di particolari.
In quel caso, stia certo, in quanto donne e femministe affileremo i nostri artigli e risponderemo punto per punto agli argomenti che avrà messo in campo. Altrimenti la smetta di scaricare i problemi della Chiesa sulle nostre spalle, ci faccia il piacere di trovare un altro collante per i cattolici e di lasciarci in pace.
Il riferimento all’aborto ha un nome e cognome, Emma Bonino, la femminista radicale nemica di sempre. L’indicazione allegata è inequivocabile, sostenere la Polverini nonostante il pasticcio delle liste, evitare l’astensionismo e la dispersione del voto cattolico che favorirebbe i rappresentanti della “cultura della morte”. Quello al razzismo sembra invece il tentativo di smarcarsi, sia pur blandamente, da certe trivialità della parte amica, in particolar modo della lega, che della caccia al clandestino ha fatto una cifra distintiva. Ma il messaggio è generico e al tempo stesso sottile, spara nel mucchio, non ha un destinatario chiaramente identificabile e poi non ne parla nessuno. Capisce chi ha orecchie per intendere e così sia, nei secoli dei secoli, amen. La linea che da sempre piace ai porporati.
Mettendo da parte l’irritazione per l’ingresso a gamba tesa nella vita politica del paese, che - mi dicono – è normale (il che provoca in me ulteriori sbigottimenti). Trattenendo per un attimo il fiato, concedendo che sia così, normale, una casualità il tempismo, una coincidenza lo scontro polemico su un tema, l’aborto, spendibile contro un solo candidato per ragioni peraltro discutibili.
In quanto donna e, direi con le opportune postille, femminista, il discorso di Bagnasco produce in me reazioni più profonde. L’accettazione acritica dei suoi presupposti da parte di amici cattolici colti, raffinati, intelligenti, le concessioni di qualche filosofo in erba “moderatamente di sinistra” mi danno il colpo finale. L’aborto sarebbe un crimine al pari del razzismo, dell’omicidio e di chissà quali altre nefandezze. Qualcuno osserva che è anche peggio del razzismo, perché a quest’ultimo spesso si sopravvive, mentre con l’aborto ciò è escluso in partenza. Comunque la posizione della Chiesa è nota, non dovrebbe meravigliare nessuno, anzi ogni “buon cattolico” è chiamato a condividerla e accettarla.
Mi vien da pensare che di queste cose molti cattolici discutano poco o niente. E in effetti la materia non scalda gli animi popolari, che al dunque non ne fanno una battaglia politica. Lo testimonia il flop del movimento di Ferrara, che nessuno a tutt’oggi ha capito cos’era. Di aborto discute una ristretta cerchia di persone - gli eruditi, i teologi, i filosofi, gli specialisti di bioetica - che dovrebbero aiutare gli altri a capire le cose più oscure e invece spesso servono solo a complicare il quadro, a becchettarsi tra loro a suon di astrazioni.
E sì, perché ci vuole fantasia a mettere sullo stesso piano razzismo e aborto unificandoli nella condanna morale. A me sembrano cose molto diverse, così come mi sembra cieco, frivolo o in malafede in misura del contesto, talvolta pericoloso chi sostenga il contrario a costo di negare diversi tipi di evidenza.
Devo guardare al male prodotto per valutare i casi che ho di fronte, al fatto che dal razzismo posso salvarmi, dall’aborto no? Ma questa è un’etica di stampo consequenzialista, nella quale norme e valori si riordinano di continuo, sono commensurabili eccome. Si possono fare confronti in base alle previsioni delle conseguenze di azioni e scelte, e fare un ordinamento gerarchico tra situazioni migliori e peggiori, un ordinamento peraltro rivedibile. Se così fosse un sistema razzista che non fa morti, ma solo emarginati sociali, potrebbe essere comunque migliore non soltanto di uno che uccide su basi razziali, ma anche di uno che consente la pratica dell’aborto da cui non c’è scampo. L’allerta morale dei cattolici dovrebbe subito concentrarsi nella contrapposizione a quest’ultimo, facendo slittare in fondo al listino delle priorità la lotta alle discriminazioni razziali.
Lo so, può sembrare che sia andata proprio così in Italia ultimamente e che una spinta in questo senso sia venuta direttamente dall’alto, ma è non certamente questa la strategia argomentativa di Bagnasco e compagnia varia, gli ideologi dell’anti-abortismo. Meglio non prender per fesso l’avversario: ha letto i testi, fatto scuole buone e tutto da guadagnare da letture semplicistiche. E poi ho promesso di fermarmi in superficie, di concedere un vantaggio al mio interlocutore evitando commenti dietologici. Quella descritta prima non è la posizione ufficiale della Chiesa e in questa sede tanto basta.
E allora in che senso razzismo e aborto si somigliano? Per quale motivo fenomeni del genere dovrebbero mobilitare la coscienza del credente allo stesso modo? La risposta è davvero scontata, entrambe sono offese alla vita e alla dignità dell’essere umano, valori non negoziabili in una prospettiva morale universale che vuole dirsi cristiana davvero.
Ora, nel caso del razzismo l’applicazione del principio è abbastanza semplice e intuitiva. Non ho alcuna “ragione” per dubitare che l’altro, il diverso da me per etnia, colore della pelle, provenienza geografica e culturale, non sia in fondo uguale, un essere umano come me, una persona a tutti gli effetti. Non ho alcun diritto ad essere razzista, a prescindere dal calcolo delle conseguenze, dal male effettivo che il mio razzismo produce. Non ho neppure bisogno di credere in Dio per arrivare a una conclusione del genere, niente affatto relativista. Mi basta un po’ di esperienza, spirito d’osservazione e buon senso. Tutt’al più, volendo proprio strafare, qualche lettura, Kant ma anche gli insegnamenti di Gesù o qualche buon romanzo, a seconda delle inclinazioni e dei gusti.
Ma per l’aborto le cose sono altrettanto chiare, lineari, incontrovertibili?
In realtà in questo caso parole come essere umano e persona, così “naturali” nel precedente contesto, sembrano non calzare a pennello rivelando tutta la loro vaghezza semantica.
Cos’è di preciso l’embrione? Domanda difficile. Non ci troviamo di fronte a un intero psico-corporeo, di fatto nemmeno dinanzi a un organismo morfologicamente definito, per quanto non autonomo, che abbia già avviato interazioni sensoriali elementari con l’ambiente esterno. Nessuna individualità, neppure un indizio di coscienza. I nostri criteri ordinari per l’attribuzione di “personalità” qui perdono efficacia.
E allora perché la Chiesa non ha dubbi, l’embrione è persona a partire dal suo concepimento?
Bisogna intanto notare che non è sempre stato così. Il dibattito sullo statuto ontologico dell’embrione non è nuovo, non è il prodotto della modernità. Ne discutevano già Platone e Aristotele e la questione, riformulata in termini religiosi – quand’è che fa la sua comparsa l’anima, il tratto distintivo dell’umano, l’elemento rivelatore del divino? – si è trasferita in ambito teologico. San Tommaso, da buon aristotelico, non riteneva possibile che l’anima razionale fosse presente nell’embrione sin dall’inizio: in quanto insieme di facoltà superiori caratteristiche di una certa materia, essa aveva bisogno di una materia “formata” abbastanza, capace di accoglierla. Per questo, ne concludeva, veniva infusa per grazia divina in una fase di sviluppo dell’embrione che va dal quarantesimo giorno per i maschi al novantesimo per le femmine (e ti pareva!).
Ma queste stramberie oggi sono superate proprio grazie all’avversario di sempre, la scienza, che con la scoperta del DNA ha fornito alla Chiesa l’argomento più robusto per sostenere che l’embrione è persona da subito, ogni pratica che possa provocarne la soppressione – aborto, pillola del giorno dopo, RU486 – equiparabile all’omicidio.
Laddove l’ontologia non arrivava (né poteva arrivare), è subentrata la biologia a togliere le castagne dal fuoco. Ma, si badi, questa non è una resa incondizionata al nemico. Per gli altri temi “eticamente sensibili” come si dice adesso (quasi che problemi come il lavoro non comportino riflessioni di ordine morale), l’acredine per quei materialisti degenerati degli scienziati è tutt’altro che sepolta. Chi se ne frega se per aver ragione nel caso specifico bisogna incorrere in qualche incoerenza!
In effetti rispetto alle altre questioni bioetiche, che sembrano condividere un aspetto comune – staminali, testamento biologico, fecondazione assistita sono problemi “nuovi”, portato degli sviluppi delle tecniche mediche – l’aborto è un fenomeno a sé stante. Antica la disputa ontologica sull’embrione, vecchie come il cucco le pratiche per l’interruzione di gravidanza. Ne parla persino Ippocrate nel suo giuramento, vietandone il ricorso assieme alle terapie per il mal di pietra – i calcoli renali – e questo non perché le consideri un peccato. Il medico antico praticava un’arte pericolosa più vicina alla stregoneria che alla scienza. La sopravvivenza del paziente ai trattamenti cui era sottoposto era un evento già di per sé degno di nota. Per guadagnare una discreta reputazione bisognava tenersi lontani dagli interventi più rischiosi e invasivi. Ippocrate da buon caposcuola ne è consapevole e mette in guardia i propri allievi sulle insidie del mestiere. Prescrive loro di astenersi da quelle pratiche che mettono a repentaglio il nome di tutta la scuola, ammantando il divieto di un alone iniziatico che, come al solito, non guasta.
Risale all’epoca la biforcazione tra tradizione clinica, erudita, accademica, e pratiche terapeutiche speziali e chirurgiche, terreno di sperimentazione per figure quanto mai variegate - barbieri, macellai, norcini, cerusici, levatrici e mammane – girovaghi privi di istruzione, di procedure e regole comuni, talvolta di scrupoli. Una spaccatura protrattasi fino al XIX secolo e ancora oltre, nel caso dell’aborto sopravvissuta fino ai nostri giorni, sanata solo grazie a quella legge, la 194, di cui oggi si parla sempre più spesso a sproposito. In Italia prima di allora (e siamo nel 1978) l’aborto era illegale e clandestino, in mano a personaggi non troppo diversi dall’umanità variopinta descritta prima, a causa del cui operato chissà quanti milioni di donne, per dirla con Amartya Sen, mancano all’appello.
E qui veniamo al punto. Perché dopo tutte queste raffinate analisi, metafisiche e teologiche, sullo statuto dell’embrione, interessanti per carità, non abbiamo ancora sfiorato la peculiarità morale del problema dell’aborto. Persino l’argomento biologico, così come è recepito e usato dai “dottori” della Chiesa, parla dell’embrione come fosse situato in uno spazio sospeso, anonimo. Da questa posizione neutrale si pretende di ricavare una “soluzione” definitiva, ma il problema è proprio questo, la sua collocazione. Il suo stare “dentro” un altro essere umano, un’altra persona, una situazione che non ha un analogo in natura, per quanto la “fantasia” degli eruditi (quasi sempre uomini) si sforzi a costruire paragoni maldestri, nel tentativo di “normalizzare” il reale, di riportarlo a questioni già note. Il grande assente in questa discussione è l’altro (di primo acchito l’unico) essere umano di fatto presente sulla scena, una persona in carne e ossa, animata, “in atto” e non “in potenza”, meritevole, quanto meno, delle stesse attenzioni riservate all’esserino che si porta dentro. Non un essere umano qualsiasi - agli uomini per “natura” non capitano esperienze del genere – una donna, a cui a un certo punto può accadere di dovere scegliere per due continuando a essere una. Se lei non può decidere per lui, chi dovrebbe decidere per lei?
“Il dramma, signori, è tutto qui”, direbbe Pirandello, e proprio qui il discorso si inceppa, lasciando emergere una caratteristica del ragionamento morale, a cui teologi e filosofi smaniosi di trovare la quadratura del cerchio, non prestano la dovuta attenzione. Assente la riflessione sulla donna, assente la riflessione della donna. Non dico il pensiero di genere, in odor di eresia per Monsignore e i suoi amici. Parlo dei racconti di vita, delle esperienze, del come e perché si arriva a maturare la scelta di dire no alla propria creatura. Sarebbe interessante sentire il parere, chessò, delle suore bosniache per esempio, esperte di fede e, disgraziatamente per loro, anche di gravidanze indesiderate, chiedere loro se è così facile decidere cosa è giusto fare in quel contesto particolare. Ma le vittime di stupro sono testimoni scomode per chi è a caccia di soluzioni teoretiche. La realtà dei fatti diviene superflua, persino ostile per quest'ultimo.
Ora, si può essere d’accordo sull’esistenza di norme e valori oggettivi, e tuttavia questi ultimi talvolta (per fortuna non sempre) configgono in maniera radicale. I nostri strumenti ordinari ci vengono in soccorso, senz’altro può darci una mano la scienza, ma tutto ciò non “risolve” in maniera definitiva il problema, non lo elimina.
Per certi versi l’aborto è il classico esempio di dilemma morale, una situazione indecidibile in via di principio. Diversamente dal caso del razzismo, che in fondo è lo scontro tra diritto e prevaricazione, uno scenario che non ammette dubbi per chiunque abbia una coscienza morale, qui si scontrano due diritti e non smettono di farlo, nonostante lo scorrere del tempo e i progressi delle nostre conoscenze. Due diritti che letteralmente risiedono nella stessa persona, non possono venir rappresentati come istanze separate dinanzi al tribunale della discussione pubblica.
Non resta che rimettere la questione nelle mani del singolo che è coinvolto nella scelta, l’unico individuo che c’è, che è interpellabile in questo frangente, la donna, mettendola nelle condizioni di scegliere “bene” per sé e per l’altro che si porta dentro. Non si tratta di privilegiare i diritti delle donne contro quelli dell’embrione. Si tratta piuttosto di constatare che i diritti dell’embrione stanno dentro quelli della donna, che negando questi ultimi non si fa un buon lavoro a sostegno dei primi. Si tratta di bilanciare piuttosto che di risolvere, di mettere a punto meccanismi di aggiustamento tra istanze al contempo legittime, che non contrastino a loro volta con i principi fondamentali di integrità e autonomia della persona (nel senso ordinario in cui usiamo il termine), i fondamenti grazie a cui sono possibili convergenze tra diverse prospettive etiche e religiose e, soprattutto, declinazioni politiche delle stesse. Perdere questi criteri di orientamento comune non è un bene per nessuno, neppure per il cattolico fervente.
Passando per l’appunto dal piano morale a quello politico, proprio questo ha fatto il legislatore con la 194. Ha restituito al tema dell’aborto la sua complessità, ha garantito il diritto alla salute e all’auto-determinazione delle donne senza perciò farne una rivendicazione ideologica e aprioristica, ancorando a vincoli ragionevoli la legittimità al suo ricorso. Ha indicato una serie di strumenti di sostegno che si sarebbero dovuti realizzare, in modo da rendere possibili alternative di scelta. Insomma si è fatto carico responsabilmente di un problema complesso e ha cercato di offrire non una soluzione univoca, ma un quadro all’interno del quale le scelte dei singoli (in questo caso le donne) fossero più libere, sicure ed eque.
Una buona legge, peraltro sostenuta dal consenso popolare che si espresse a maggioranza con il referendum, una nota di merito, che, non si sa perché, agli occhi di qualcuno si trasforma in un elemento sospetto. Una legge che è rimasta in alcune sue parti lettera morta, come spesso accade in Italia, il che non dimostra affatto che fosse sbagliata. Una legge voluta da chi sostiene il diritto alla libertà di scelta e non la giustizia dell’aborto in sé e per sé. Non esiste nessuno che lo consiglierebbe a tutte almeno una volta nella vita. L’abortista è una figura fittizia inventata a bella posta per interpretare il ruolo del laico immorale. Sarebbe ora che anche il “buon cattolico”, il cattolico adulto e onesto intellettualmente se ne rendesse conto.
Sto forse sostenendo che la Chiesa non può avere un’opinione diversa in materia? In parte sì, ma rovescio la domanda e la rispedisco al mittente.
Io non credo che sull’aborto si possa fare la benché minima battaglia morale, e tanto meno una battaglia politica. La Chiesa e i cattolici la pensano diversamente? Va bene, però ci dicano in concreto cosa vuol dire questa “diversità”.
Per come la vedo io sul razzismo si possono lanciare strali da scranni e altari. Sull’aborto, che è un vero e proprio dramma della scelta, è lecito tutt’al più dare consigli, solo se interpellati e dopo aver ascoltato a lungo prestando attenzione. In ogni caso qualunque sia la scelta finale, tutte meritano un’assoluzione e un incoraggiamento. Qualche ave maria in più a chi ha riflettuto poco e questo è quanto. Non so proprio cos’altro possa fare una guida spirituale, un buon pastore.
Non basta? Non è quello che hanno in mente nei corridoi del Vaticano coloro che invocano ben altro radicalismo nella difesa della vita? E quindi cosa intendono di preciso? Che tutte le donne che ricorrono all'aborto sono moralmente colpevoli allo stesso modo a prescindere dalla situazione e dal contesto? Che è prevista la dannazione eterna per queste “assassine”? E per i medici che si prestano a tali pratiche, i farmacisti che vendono pillole mortifere, gli autotrasportatori che le portano in giro per mezzo mondo, gli operai che le inscatolano, i chimici che le sintetizzano e, al termine della lunga catena, gli uomini che le mettono incinte in chissà quali circostanze? Cosa è previsto per questi?
Dal punto di vista politico poi, l’antiabortismo di Bagnasco&co. è ancora più fumoso. Come si traduce politicamente? Che tipo di referente cerca? È stanco delle alleanze con politici baciapile, praticanti ma non credenti, la folta schiera dei Berlusconi, Casini, Mastella? Quali proposte concrete si aspetta in materia?
La vecchia tattica di piazzare il maggior numero possibile di obiettori di coscienza nei reparti e nei pronto soccorso ginecologici, in modo da rendere più complicato per le donne l’esercizio di un loro diritto, non è più sufficiente? Eppure finora ha garantito ottimi risultati: in alcune parti d’Italia è praticamente impossibile interrompere la gravidanza ricorrendo al servizio sanitario nazionale. La cosa talvolta ha avuto risvolti paradossali – medici tormentati da scrupoli nella loro attività pubblica, praticavano aborti clandestini fino al settimo mese in studi privati a Ischia e Napoli ad esempio, dimostrando di avere molto più pelo sullo stomaco di me, che con la fede non ho un buon rapporto – il che avrebbe dovuto aprire la discussione sulla moralità di tali obiezioni, ma di questo non si parla, non giova alla causa.
Mettendo da parte la questione e tornando a bomba, dobbiamo aspettarci un cambio di marcia? Si vuole tornare ai tempi in cui l’aborto era illegale? Si pensa di poter costringere le donne a partorire contro la loro volontà, trattandole a mo’ di incubatrici?
La mia impressione è che una difesa così strenua della “vita in potenza” risponda al bisogno di specificare la posizione cattolica nel presente contesto,di caratterizzare il proprio piazzamento nel mondo attuale. Tutto ciò a costo di trascurare i dati di fatto, di calpestare i diritti delle donne, delle vite in atto. L’attenzione accordata al tema dell’aborto rispecchia l’esigenza di definire una prospettiva cattolica, cosa sempre più difficile per la Chiesa al giorno d’oggi.
L’agenda morale e politica del “buon cattolico” rischia l’appiattimento su quella del “buon cittadino”. Così la battaglia ideologica si sposta su temi più idiosincratici, meno trasversali, che ridisegnano le priorità in risposta ai nuovi bisogni identitari. I pronunciamenti del Papa in visita in Brasile sono rivelatori: non la povertà, non la violenza, ma l’aborto in cima alla lista delle preoccupazioni.
Dietro a tutto ciò si nasconde un progetto, una piattaforma politica? Come dice Corrado Guzzanti quando fa Padre Pizarro, che vuol dire, che significa in concreto?
Il sospetto è che non voglia dir niente, che si agitino le acque solo per conquistare un profilo (assieme alle prime pagine dei quotidiani nazionali).
E allora Sua Eccellenza (e con lei ogni “buon cattolico”), le rivolgo una preghiera. Chiarisca i dubbi, venga allo scoperto rispondendo alle domande elencate con puntualità e dovizia di particolari.
In quel caso, stia certo, in quanto donne e femministe affileremo i nostri artigli e risponderemo punto per punto agli argomenti che avrà messo in campo. Altrimenti la smetta di scaricare i problemi della Chiesa sulle nostre spalle, ci faccia il piacere di trovare un altro collante per i cattolici e di lasciarci in pace.
mercoledì 24 febbraio 2010
Primavere precoci
È da un po’ che a “sinistra” sembriamo condannati a soffrire. Ci toccano solo emozioni tristi, risate amare che durano il tempo di un caffé, soddisfazioni modeste, subito incrinate da foschi presagi, da considerazioni a margine che rovinano la festa.
Il successo di Vendola alle primarie è, in questo senso, un caso esemplare. Non si può non gioire del fatto che il desiderio popolare di partecipazione attiva alla vita politica dei partiti sia prevalso sulla logica centralista (“francamente” un po’ datata) delle decisioni calate dall’alto. E però, da un punto di vista più generale, c’è ben poco da esser allegri. La soluzione al caso pugliese arriva dopo estenuanti polemiche che hanno lasciato emergere, per l’ennesima volta, i limiti di tutte le forze di sinistra.
Il pd, come sempre, ne esce malconcio. Inchiodato ad un candidato che non ama, in ansia per i riverberi che la gestione maldestra, a tratti imbarazzante dell’affaire potrebbe avere sul risultato delle elezioni “vere”, si ritrova a sbattere in quei problemi identitari che la nomina di Bersani a segretario era chiamata a risolvere. L’uomo pragmatico, dai modi schietti, il rappresentante della mozione più-a-sinistra all’interno del partito, avrebbe dovuto traghettarlo fuori dalle acque paludose del cerchiobottismo veltroniano. E invece dopo aver messo la sordina all’ala cattolico-moderata interna (tanto che i più permalosi hanno preferito abbandonare la nave), i vertici tentano la strada delle trattative con i cattolici un-po’-meno-moderati che stanno al di fuori, concedendo loro uno straordinario vantaggio, il diritto di veto all’alleanza in base a criteri personalistici oltre che programmatici. Un’idea di “convergenza politica” per niente nuova e tutta italiana per la quale si era pronti a mettere da parte lo strumento delle primarie, una delle poche trovate positive della stagione veltroniana, accolta durante l’ultimo congresso dallo stesso Bersani, boicottata di fatto alla prima occasione.
La crisi del pd è conclamata, così come le responsabilità di una classe dirigente presuntuosa e allo sbando, che pensava di rispolverare vecchi metodi dirigisti senza accorgersi, così facendo, di mettere a repentaglio l’unico capitale accumulato negli ultimi tempi, la partecipazione popolare.
D’altro canto questa non è affatto una buona notizia per “il popolo della sinistra”. Al momento il pd è l’unica rappresentanza presente in parlamento che sia pur timidamente (con l’ingombrante ipoteca del prefisso “centro-”) si può ricondurre a quell’area. Che la cosa piaccia o meno il paese va in tutt’altra direzione, da un punto di vista sociale prima ancora che politico. In tal contesto gli acciacchi del partito di Bersani, gli arretramenti delle sue posizioni si traducono inevitabilmente in un indebolimento generale delle istanze di sinistra. Ma le forze più radicali non sembrano preoccuparsene, prese come sono a ballare la rumba sulla cassa del morto. Peccato che nella situazione attuale “i cari estinti” siano loro.
Le ragioni di D’Alema saranno pure biecamente strumentali, tuttavia si basano su un semplice calcolo che difficilmente può essere contraddetto. Al momento, fatti due conti, l’alleanza elettorale con l’udc conviene di gran lunga rispetto a quella con partitini che non si sa bene se esistano, cosa perseguano e per quanto. E le cose stanno così anche perché queste stesse formazioni continuano a preferire il rituale collettivo dello scaricabarile, la lotta fratricida a colpi di distinguo verbali, la ricerca forsennata del capro espiatorio all’auto-critica, alla convergenza e l’unione su piattaforme comuni, che avrebbero dovuto conseguire già da tempo. Le lamentele sono sempre le stesse – il complotto trasversale dei partiti più forti contro le minoranze, le falle del bipolarismo e del maggioritario – su cui si può anche, in linea di massima, dirsi d’accordo, a patto di essere altrettanto seri nell’analisi delle alternative. Che il proporzionale abbia bisogno di ritocchi per correggere l’eccessiva instabilità governativa a cui è esposto è un’evidenza che in Italia dovremmo conoscere meglio che altrove. Ma a sinistra del pd simili banalità non sono viste di buon occhio: meglio star fuori dai giochi con il proprio 1% che sporcarsi le mani con la politica.
Così, tornando alla cronaca degli ultimi tempi e provando a ricapitolare, accade che Vendola, nonostante il plebiscito popolare, sia inviso ai vertici del pd, mentre parte degli elettori di quest’ultimo reclamano il suo ingresso nel partito e alcuni, addirittura, gliene affiderebbero la guida. Ferrero puntualizza al volo di essere piccato nei suoi confronti per le concessioni al pd medesimo e la rottura del fronte elettorale comune, concordato nel rispetto della “reciproca autonomia” politica, e mentre a questo punto il simpatizzante incerto, sempre più confuso e affannato, si chiede quali siano al dunque le differenze insormontabili tra i due, il nome del movimento (partito?) di Vendola si allunga un altro po’... Seguire gli arzigogoli di questa trama infinita, sempre uguale a se stessa, e, soprattutto, indovinarne il senso è impresa ardua e snervante.
Che la frammentazione interna alle forze di sinistra alternative al pd le condanni ad una totale ininfluenza è finalmente opinione condivisa tanto alla base quanto ai vertici, anche se sulle possibili vie d’uscita da questa fase di stallo si discute da tempo senza risultati. I problemi creati dalla scelta di alzare il livello dello scontro con gli ex-compagni imborghesiti, le vecchie volpi del pd, non sono invece oggetto di riflessione, pur essendo di fatto non meno incalzanti.
È singolare che tutti i protagonisti del “reality” politico della sinistra- D’Alema, Ferrero, Vendola e molti altri ancora- fitto di intrighi e veleni e molto poco agganciato alla realtà, sono figli del medesimo padre, il vecchio e nobile partito comunista. Per spiegare l’attuale fenomeno di repulsione reciproca fra le parti si potrebbe chiamare in ballo una mancata elaborazione del lutto, la nemesi storica di un passato ingombrante che si ostina a tornare. O più prosaicamente una velenosissima lite in famiglia per l’eredità.
Sta di fatto che per capirci qualcosa dobbiamo ricominciare da lì, dal parricidio che è all’origine dell’odierna tragedia.
Di quella lontana “svolta” con cui si chiuse l’esperienza politica del partito comunista i trentenni come me, poco più che bambini all’epoca, hanno un ricordo sbiadito: Achille Occhetto sfiancato, gli occhi cerchiati, il baffo risorgimentale significativamente afflosciato, attorno a lui vecchi compagni scalpitanti, in alcuni casi disperati. I più giovani non hanno memoria diretta neppure di questi rapidi flash. Tirati su nell’era berlusconiana, per le nuove generazioni il pci non c’è mai stato. Ben altre spartizioni di campo hanno segnato gli anni della loro educazione politica e se la discussione sul comunismo li ha ad un certo punto coinvolti è per come è stata riciclata nel nuovo contesto, uno strumento di propaganda vuoto ma efficace, usato spesso e volentieri dal populismo della nuova destra, che a sua volta ha alimentato le reazioni di segno opposto. La battaglia ideologica delle nuove leve si organizza da 15 anni a questa parte lungo altre categorie. Anzi sarebbe meglio dire attorno ad un’unica persona, Silvio Berlusconi, e al nuovo modo di far politica da lui imposto. È guardando a quel bersaglio polemico che sono stati distribuiti i ruoli a sinistra: D’Alema e soci i furbetti traffichini, Bertinotti e l’allegra consorteria rifondarola più bonari anche se un po’ instabili. Quel che è divenuto indecifrabile per chi non c’era è l’aria di famiglia tra vecchi compagni, le lacrime di quella fredda sera di dicembre dell’ ‘89, i motivi di frizione preesistenti al terremoto berlusconiano, messi temporaneamente da parte per ragioni di convenienza reciproca, clamorosamente esplosi nel presente contesto. Un’infezione a lungo trascurata che si è estesa sottotraccia a partire da quello strappo originario, rendendo oggi apparentemente impossibile il dialogo tra fratelli e cugini.
Eppure, si diceva, un tempo stavano assieme: tutti i personaggi in questione ne portano il segno, tutti hanno proseguito e incarnato determinati aspetti di quella tradizione comune. Alcuni - mi riferisco in particolar modo a D’Alema e Ferrero, che d’ora in poi userò come idealtipi - col tempo sono riusciti a diventare straordinari interpreti di singoli errori e difetti, che coesistevano nel vecchio partitone in una specie di equilibrio omeostatico (assieme a molte cose positive che per ora lascio sullo sfondo). In primo luogo, sul fronte organizzativo, la rigida strutturazione gerarchica degli apparati, che rese il partito diffidente e chiuso ad ogni tipo di contributo dal basso; poi, dal punto di vista ideologico, la vera e propria ossessione per l’elaborazione di un’ortodossia comunista nazionale, che mobilitò le menti migliori dell’elite culturale legata al pci in un lavoro ripetitivo e noioso di commenti e chiose a Marx e Gramsci.
A chi sia spettato cosa è abbastanza evidente. Più importanti nel presente contesto gli effetti, innanzitutto la sclerosi di vasi che avrebbero dovuto essere comunicanti, esercitati dalla sopravvivenza separata dei due vizi sulle condizioni di salute della “sinistra” tutta.
All’interno del vecchio pci tali caratteri erano come facce di una stessa medaglia, parti di una medesima strategia a cui il partito ricorse sin dai suoi esordi effettivi, nell’immediato dopoguerra, per affrontare le proprie contraddizioni interne, rese più acute dalla politica dei blocchi contrapposti calata di prepotenza dalla scena internazionale a quella italiana. La soluzione adottata, la cosiddetta “democrazia progressiva”, serviva in quel quadro a molti scopi non tutti compatibili tra loro.
Da un lato l’estrema lealtà istituzionale del partito ai principi liberal-democratici espressi in quella carta che aveva contribuito a scrivere. Un titolo di merito da far valere al momento opportuno contro le pregiudiziali anti-comuniste che tendevano ad escluderlo da ogni tavolo, a prescindere dai numeri in parlamento e dal gradimento popolare.
Dall’altro proprio il popolo comunista, i braccianti e gli operai, i lavoratori che partecipavano all’animata vita delle sezioni reclamando grandi trasformazioni. Che un po’ alla rivoluzione ci credevano ancora, se l’aspettavano prima o poi. Ed erano spinti a farlo a sentire le meraviglie raccontate dai compagni che erano stati in Russia, che avevano avuto l’onore di conoscere Stalin. E qualche cosa bisognava pure raccontare a costoro… Ecco, la rivoluzione verrà ma sarà una conquista progressiva, arriverà al culmine di quel processo democratico che abbiamo contribuito a costruire, sarà il suo esito naturale, necessario.
Per tenere in piedi due istanze a rischio di potenziale collisione c’era bisogno di una cerniera, quale venne ad essere l’apparato, la struttura capillare diffusa sul territorio, incaricata di attenersi alla linea dettata dai vertici e di tastare allo stesso tempo il polso della base.
Da qui discesero inoltre due corollari: la cronica diffidenza dei gruppi dirigenti del partito per le masse e gli eretici, per chiunque avesse voluto in qualche modo alterare dall’interno l’equilibrio raggiunto a fatica; quella nei confronti delle alternative a sinistra, configurate a lungo dall’area socialista, che avevano risolto in senso chiaramente liberal-democratico l’ambiguità che ancora segnava il partito comunista, divenendo pertanto non interlocutori, ma avversari, tanto nella corsa per la conquista di un elettorato limitrofo, quanto, soprattutto, nelle trattative e nei giochi di palazzo. A discolpa del pci si può dire che reagì ad un contesto non facile e riuscì a fare grandi cose nonostante la tensione interna, che ad ogni modo ne segnò l’intera vicenda.
Ma torniamo ai protagonisti attuali e alla spartizione di questa eredità: gli elementi che prima stavano assieme a sostegno reciproco, ora nella nuova distribuzione vengono fatti giocare l’un contro l’altro.
Chi ha portato a termine la “svolta”, il riformista col patentino qual è Massimo D’Alema, sa far di conto e per di più, nonostante tutta l’antipatia del caso, sa cavarsela con l’analisi e il ragionamento politico, cosa sempre più rara ultimamente. Peccato che dichiarazioni e commenti sagaci arrivino sempre dopo aver tentato la carta dell’accordo sottobanco, a spiegare (metter una toppa?) manovre occulte giudicate convenienti da un ristretto gruppo di saggi. Ha un bel dire Massimo che è una sinistra post-ideologica la sua, che formula proposte concrete in base alle quali costruisce alleanze. In realtà non c’è nessun accordo programmatico, siamo alle solite geometrie variabili a scopo elettorale, decise dall’alto in perfetto “old style” e pagate ad un insolito prezzo. La dieta ideologica fa subire alla trattativa una curvatura paradossale: il pd si astiene dal mettere il carico, è però pronto ad accogliere quello degli altri, a reagire all’idea di un candidato come Vendola (tutto sommato presentabile, trasversale) come neanche Don Camillo di fronte a Peppone. Insomma da queste parti “la sinistra” rischia di morir di fame.
Contro questa prospettiva, annacquata e d’apparato, insorgono gli altri, i compagni duri e puri come Ferrero. Per costoro è il partito che può alleggerirsi fino a divenire evanescente sul territorio o derogare alle coscienze dei singoli l’elaborazione di una linea comune, con la coriandolizzazione che ne consegue - ricchezza di prospettive, ci viene spiegato, mancanza di sintesi, verrebbe da dire – finché a tenerlo in piedi ci sarà un collante potente come il comunismo, il lascito del passato toccato loro in sorte. Le fusioni possibili per colmare il vuoto lasciato a sinistra dal pd sono tali solo in quel nome, l’apertura evocata all’inizio subito soverchiata dalla più urgente disputa nominalistica, un personaggio come Vendola guardato con sospetto. Bisogna ripartire dal comunismo, si dice, dalla sua attualità. Ma cosa significa in termini politici? Non è dato saperlo. Il problema non è nuovo, da sempre il pci va a sbatterci senza venirne a capo. La colpa non è soltanto sua, ma della teoria marxista stessa, strumento ineguagliabile di osservazione e critica economico-sociale, ma priva di una pars construens politica, di indicazioni di merito sull’alternativa radicale al sistema, la “rivoluzione” che pure prevede. Su quest’impasse teorica poggiano tanto le derive aberranti dei regimi totalitari, quanto le contraddizioni non risolte di una schiera di ottimi amministratori locali, uomini delle istituzioni, sindacalisti battaglieri, insegnanti e (sempre meno) operai che nella vita di tutti i giorni hanno contribuito al miglioramento di quelle istituzioni civili, “borghesi” che in quanto “comunisti” avrebbero dovuto rovesciare.
Il che ci riporta a quella fatidica notte di dicembre, allo sconcerto per “una svolta” palesemente in ritardo sui tempi (l’ ‘89 è l’anno del muro), tuttavia così sofferta da mettere immediatamente in moto un programma di “rianimazione”. Durante le cene di Natale di quell’anno i miei e i loro amici non parlavano d’altro. Zia Angela, che era comunista e per me aveva sempre ragione, quando intercettava Occhetto in tv partiva con simpatici epiteti. La cosa di per sé faceva ridere. Poi per consolarla provai a dirle: “Beh, quanto meno non vi chiamate più come quei cattivi, i comunisti che li arrestano come Ceausescu”. Mi rispose secca: “Quelli non sono comunisti, sono pezzi di merda!”
Credo di aver capito allora che ai grandi piace giocare con le parole e credere alle favole più che ai bambini. Che qualcosa in comune tra quei “comunisti” e i nostri ci fosse era abbastanza evidente. Perché chiamarsi allo stesso modo sennò? Perché tante reticenze sui misfatti degli altri, gli usurpatori indebiti di nome proprio? Seppi poi che condividevano un vuoto teorico, che ognuno aveva riempito a proprio modo finendo col trasformarsi in qualcos’altro, in un caso nel regime a partito unico, nell’altro in una forza social-democratica, e per entrambi la cosa non si doveva dire.
Oggi sarebbe tempo di fare chiarezza, di metabolizzare il lutto staccando la spina al progetto di una rinascita comunista, su cui si insiste con inutile accanimento. E invece Ferrero e la nebulosa che gli gira attorno ne fanno addirittura una pregiudiziale per l’unione, contro l’ipotesi di un contenitore di “sinistra” e basta troppo vago ai loro occhi, pur essendo di fatto costretti a definire la propria posizione in termini altrettanto generici. Il richiamo al lavoro, alle prerogative della politica in materia economica, alle misure necessarie per una più equa ridistribuzione delle risorse non è affatto sufficiente per parlare di comunismo. E d’altronde un’alternativa politica al sistema liberal-democratico, coi suoi meccanismi di controllo del potere, non c’era all’epoca del vecchio pci né tanto meno è stata inventata. In pratica si pretende di tornare a qualcosa che, in quanto tale, non c’è mai stato. Non soltanto. Presi dalla battaglia per la restaurazione linguistica del lemma “comunismo”, i rifondati à la Ferrero non hanno elaborato alcuna proposta credibile per i giovani precari, le fasce deboli a cui dicono di rivolgersi, articolata tecnicamente, presentabile quanto meno agli interlocutori più prossimi. Per arginare il neoliberismo selvaggio bisognerà mettersi di buzzo buono a pensare correttivi e strumenti d’intervento adeguati ai tempi. Anche a cercare in Marx un alleato quel che salterà fuori da questa fase di crisi non sarà in ogni caso un programma "comunista" in senso stretto. Ecco perché l’intera disputa sembra piuttosto un modo per imbrigliare un elettorato alla deriva, in primo luogo i giovincelli di sinistra come me, nelle maglie di una contrapposizione ideologica affascinate, ma vuota da cui di fatto sono già fuori, tesa soltanto a giustificare l'immobilismo seguito alla mancata "rifondazione". Se col pd la sinistra resta a digiuno, qui rischia un’intossicazione da cibo avariato.
Infine c’è Vendola, che un paio di cose sembra averle intuite: la necessità di fare i conti col proprio passato, anche quello più recente, quella di tenere aperto il dialogo con il pd, nonostante i colpi bassi. Un progetto il suo forse un po’ vago e inclusivo, che guarda a culture diverse – i verdi, l’istanza liberale dei diritti civili, la tradizione cattolico sociale – ancora non perfettamente amalgamate in un composto unitario, ma che ha tuttavia il merito dell’autocritica, dell’apertura nei confronti della società civile e lascia intravedere qualche speranza per il futuro.
Ma Vendola è solo, pertanto esposto al tiro incrociato degli avversari e al fuoco amico degli ex compagni di partito. Può fare affidamento soltanto sul suo carisma, il che talvolta purtroppo è un guaio. Nichi è abile con le parole, sa solleticare la riflessione dei suoi uditori su temi importanti con una capacità oratoria evocativa e immaginifica, ma tende a perdersi dentro le proprie costruzioni concettuali. Avrebbe bisogno di qualcuno al suo fianco, un rinforzo pragmatico, tecnico, visibile quanto lui, che invece al momento, per ragioni diverse, stenta a saltar fuori.
È solo, soggetto a tutti i rischi connessi all’eccessiva personalizzazione, che a sinistra non funziona granché e non è di per sé un bene. “Sinistra ecologia e libertà”, un nome lungo e infelice, è di fatto per tutti, molto più semplicemente, il partito di Vendola. Un’equazione che nel presente contesto va persino incoraggiata, ma che alla lunga potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio, tanto per lui quanto per la nuova e ancora gracile formazione.
È solo, proprio come tutti noi, disgraziatamente di sinistra, che avremmo tanto bisogno di un partito un po’ più in forze, un partito unitario, di classi dirigenti impegnate a metterlo in piedi al più presto e invece ci toccano i movioloni da domenica sera in pieno inverno, le polemiche sulla classifica e lo scudetto. Purtroppo neppure Vendola da solo può fare primavera.
Il successo di Vendola alle primarie è, in questo senso, un caso esemplare. Non si può non gioire del fatto che il desiderio popolare di partecipazione attiva alla vita politica dei partiti sia prevalso sulla logica centralista (“francamente” un po’ datata) delle decisioni calate dall’alto. E però, da un punto di vista più generale, c’è ben poco da esser allegri. La soluzione al caso pugliese arriva dopo estenuanti polemiche che hanno lasciato emergere, per l’ennesima volta, i limiti di tutte le forze di sinistra.
Il pd, come sempre, ne esce malconcio. Inchiodato ad un candidato che non ama, in ansia per i riverberi che la gestione maldestra, a tratti imbarazzante dell’affaire potrebbe avere sul risultato delle elezioni “vere”, si ritrova a sbattere in quei problemi identitari che la nomina di Bersani a segretario era chiamata a risolvere. L’uomo pragmatico, dai modi schietti, il rappresentante della mozione più-a-sinistra all’interno del partito, avrebbe dovuto traghettarlo fuori dalle acque paludose del cerchiobottismo veltroniano. E invece dopo aver messo la sordina all’ala cattolico-moderata interna (tanto che i più permalosi hanno preferito abbandonare la nave), i vertici tentano la strada delle trattative con i cattolici un-po’-meno-moderati che stanno al di fuori, concedendo loro uno straordinario vantaggio, il diritto di veto all’alleanza in base a criteri personalistici oltre che programmatici. Un’idea di “convergenza politica” per niente nuova e tutta italiana per la quale si era pronti a mettere da parte lo strumento delle primarie, una delle poche trovate positive della stagione veltroniana, accolta durante l’ultimo congresso dallo stesso Bersani, boicottata di fatto alla prima occasione.
La crisi del pd è conclamata, così come le responsabilità di una classe dirigente presuntuosa e allo sbando, che pensava di rispolverare vecchi metodi dirigisti senza accorgersi, così facendo, di mettere a repentaglio l’unico capitale accumulato negli ultimi tempi, la partecipazione popolare.
D’altro canto questa non è affatto una buona notizia per “il popolo della sinistra”. Al momento il pd è l’unica rappresentanza presente in parlamento che sia pur timidamente (con l’ingombrante ipoteca del prefisso “centro-”) si può ricondurre a quell’area. Che la cosa piaccia o meno il paese va in tutt’altra direzione, da un punto di vista sociale prima ancora che politico. In tal contesto gli acciacchi del partito di Bersani, gli arretramenti delle sue posizioni si traducono inevitabilmente in un indebolimento generale delle istanze di sinistra. Ma le forze più radicali non sembrano preoccuparsene, prese come sono a ballare la rumba sulla cassa del morto. Peccato che nella situazione attuale “i cari estinti” siano loro.
Le ragioni di D’Alema saranno pure biecamente strumentali, tuttavia si basano su un semplice calcolo che difficilmente può essere contraddetto. Al momento, fatti due conti, l’alleanza elettorale con l’udc conviene di gran lunga rispetto a quella con partitini che non si sa bene se esistano, cosa perseguano e per quanto. E le cose stanno così anche perché queste stesse formazioni continuano a preferire il rituale collettivo dello scaricabarile, la lotta fratricida a colpi di distinguo verbali, la ricerca forsennata del capro espiatorio all’auto-critica, alla convergenza e l’unione su piattaforme comuni, che avrebbero dovuto conseguire già da tempo. Le lamentele sono sempre le stesse – il complotto trasversale dei partiti più forti contro le minoranze, le falle del bipolarismo e del maggioritario – su cui si può anche, in linea di massima, dirsi d’accordo, a patto di essere altrettanto seri nell’analisi delle alternative. Che il proporzionale abbia bisogno di ritocchi per correggere l’eccessiva instabilità governativa a cui è esposto è un’evidenza che in Italia dovremmo conoscere meglio che altrove. Ma a sinistra del pd simili banalità non sono viste di buon occhio: meglio star fuori dai giochi con il proprio 1% che sporcarsi le mani con la politica.
Così, tornando alla cronaca degli ultimi tempi e provando a ricapitolare, accade che Vendola, nonostante il plebiscito popolare, sia inviso ai vertici del pd, mentre parte degli elettori di quest’ultimo reclamano il suo ingresso nel partito e alcuni, addirittura, gliene affiderebbero la guida. Ferrero puntualizza al volo di essere piccato nei suoi confronti per le concessioni al pd medesimo e la rottura del fronte elettorale comune, concordato nel rispetto della “reciproca autonomia” politica, e mentre a questo punto il simpatizzante incerto, sempre più confuso e affannato, si chiede quali siano al dunque le differenze insormontabili tra i due, il nome del movimento (partito?) di Vendola si allunga un altro po’... Seguire gli arzigogoli di questa trama infinita, sempre uguale a se stessa, e, soprattutto, indovinarne il senso è impresa ardua e snervante.
Che la frammentazione interna alle forze di sinistra alternative al pd le condanni ad una totale ininfluenza è finalmente opinione condivisa tanto alla base quanto ai vertici, anche se sulle possibili vie d’uscita da questa fase di stallo si discute da tempo senza risultati. I problemi creati dalla scelta di alzare il livello dello scontro con gli ex-compagni imborghesiti, le vecchie volpi del pd, non sono invece oggetto di riflessione, pur essendo di fatto non meno incalzanti.
È singolare che tutti i protagonisti del “reality” politico della sinistra- D’Alema, Ferrero, Vendola e molti altri ancora- fitto di intrighi e veleni e molto poco agganciato alla realtà, sono figli del medesimo padre, il vecchio e nobile partito comunista. Per spiegare l’attuale fenomeno di repulsione reciproca fra le parti si potrebbe chiamare in ballo una mancata elaborazione del lutto, la nemesi storica di un passato ingombrante che si ostina a tornare. O più prosaicamente una velenosissima lite in famiglia per l’eredità.
Sta di fatto che per capirci qualcosa dobbiamo ricominciare da lì, dal parricidio che è all’origine dell’odierna tragedia.
Di quella lontana “svolta” con cui si chiuse l’esperienza politica del partito comunista i trentenni come me, poco più che bambini all’epoca, hanno un ricordo sbiadito: Achille Occhetto sfiancato, gli occhi cerchiati, il baffo risorgimentale significativamente afflosciato, attorno a lui vecchi compagni scalpitanti, in alcuni casi disperati. I più giovani non hanno memoria diretta neppure di questi rapidi flash. Tirati su nell’era berlusconiana, per le nuove generazioni il pci non c’è mai stato. Ben altre spartizioni di campo hanno segnato gli anni della loro educazione politica e se la discussione sul comunismo li ha ad un certo punto coinvolti è per come è stata riciclata nel nuovo contesto, uno strumento di propaganda vuoto ma efficace, usato spesso e volentieri dal populismo della nuova destra, che a sua volta ha alimentato le reazioni di segno opposto. La battaglia ideologica delle nuove leve si organizza da 15 anni a questa parte lungo altre categorie. Anzi sarebbe meglio dire attorno ad un’unica persona, Silvio Berlusconi, e al nuovo modo di far politica da lui imposto. È guardando a quel bersaglio polemico che sono stati distribuiti i ruoli a sinistra: D’Alema e soci i furbetti traffichini, Bertinotti e l’allegra consorteria rifondarola più bonari anche se un po’ instabili. Quel che è divenuto indecifrabile per chi non c’era è l’aria di famiglia tra vecchi compagni, le lacrime di quella fredda sera di dicembre dell’ ‘89, i motivi di frizione preesistenti al terremoto berlusconiano, messi temporaneamente da parte per ragioni di convenienza reciproca, clamorosamente esplosi nel presente contesto. Un’infezione a lungo trascurata che si è estesa sottotraccia a partire da quello strappo originario, rendendo oggi apparentemente impossibile il dialogo tra fratelli e cugini.
Eppure, si diceva, un tempo stavano assieme: tutti i personaggi in questione ne portano il segno, tutti hanno proseguito e incarnato determinati aspetti di quella tradizione comune. Alcuni - mi riferisco in particolar modo a D’Alema e Ferrero, che d’ora in poi userò come idealtipi - col tempo sono riusciti a diventare straordinari interpreti di singoli errori e difetti, che coesistevano nel vecchio partitone in una specie di equilibrio omeostatico (assieme a molte cose positive che per ora lascio sullo sfondo). In primo luogo, sul fronte organizzativo, la rigida strutturazione gerarchica degli apparati, che rese il partito diffidente e chiuso ad ogni tipo di contributo dal basso; poi, dal punto di vista ideologico, la vera e propria ossessione per l’elaborazione di un’ortodossia comunista nazionale, che mobilitò le menti migliori dell’elite culturale legata al pci in un lavoro ripetitivo e noioso di commenti e chiose a Marx e Gramsci.
A chi sia spettato cosa è abbastanza evidente. Più importanti nel presente contesto gli effetti, innanzitutto la sclerosi di vasi che avrebbero dovuto essere comunicanti, esercitati dalla sopravvivenza separata dei due vizi sulle condizioni di salute della “sinistra” tutta.
All’interno del vecchio pci tali caratteri erano come facce di una stessa medaglia, parti di una medesima strategia a cui il partito ricorse sin dai suoi esordi effettivi, nell’immediato dopoguerra, per affrontare le proprie contraddizioni interne, rese più acute dalla politica dei blocchi contrapposti calata di prepotenza dalla scena internazionale a quella italiana. La soluzione adottata, la cosiddetta “democrazia progressiva”, serviva in quel quadro a molti scopi non tutti compatibili tra loro.
Da un lato l’estrema lealtà istituzionale del partito ai principi liberal-democratici espressi in quella carta che aveva contribuito a scrivere. Un titolo di merito da far valere al momento opportuno contro le pregiudiziali anti-comuniste che tendevano ad escluderlo da ogni tavolo, a prescindere dai numeri in parlamento e dal gradimento popolare.
Dall’altro proprio il popolo comunista, i braccianti e gli operai, i lavoratori che partecipavano all’animata vita delle sezioni reclamando grandi trasformazioni. Che un po’ alla rivoluzione ci credevano ancora, se l’aspettavano prima o poi. Ed erano spinti a farlo a sentire le meraviglie raccontate dai compagni che erano stati in Russia, che avevano avuto l’onore di conoscere Stalin. E qualche cosa bisognava pure raccontare a costoro… Ecco, la rivoluzione verrà ma sarà una conquista progressiva, arriverà al culmine di quel processo democratico che abbiamo contribuito a costruire, sarà il suo esito naturale, necessario.
Per tenere in piedi due istanze a rischio di potenziale collisione c’era bisogno di una cerniera, quale venne ad essere l’apparato, la struttura capillare diffusa sul territorio, incaricata di attenersi alla linea dettata dai vertici e di tastare allo stesso tempo il polso della base.
Da qui discesero inoltre due corollari: la cronica diffidenza dei gruppi dirigenti del partito per le masse e gli eretici, per chiunque avesse voluto in qualche modo alterare dall’interno l’equilibrio raggiunto a fatica; quella nei confronti delle alternative a sinistra, configurate a lungo dall’area socialista, che avevano risolto in senso chiaramente liberal-democratico l’ambiguità che ancora segnava il partito comunista, divenendo pertanto non interlocutori, ma avversari, tanto nella corsa per la conquista di un elettorato limitrofo, quanto, soprattutto, nelle trattative e nei giochi di palazzo. A discolpa del pci si può dire che reagì ad un contesto non facile e riuscì a fare grandi cose nonostante la tensione interna, che ad ogni modo ne segnò l’intera vicenda.
Ma torniamo ai protagonisti attuali e alla spartizione di questa eredità: gli elementi che prima stavano assieme a sostegno reciproco, ora nella nuova distribuzione vengono fatti giocare l’un contro l’altro.
Chi ha portato a termine la “svolta”, il riformista col patentino qual è Massimo D’Alema, sa far di conto e per di più, nonostante tutta l’antipatia del caso, sa cavarsela con l’analisi e il ragionamento politico, cosa sempre più rara ultimamente. Peccato che dichiarazioni e commenti sagaci arrivino sempre dopo aver tentato la carta dell’accordo sottobanco, a spiegare (metter una toppa?) manovre occulte giudicate convenienti da un ristretto gruppo di saggi. Ha un bel dire Massimo che è una sinistra post-ideologica la sua, che formula proposte concrete in base alle quali costruisce alleanze. In realtà non c’è nessun accordo programmatico, siamo alle solite geometrie variabili a scopo elettorale, decise dall’alto in perfetto “old style” e pagate ad un insolito prezzo. La dieta ideologica fa subire alla trattativa una curvatura paradossale: il pd si astiene dal mettere il carico, è però pronto ad accogliere quello degli altri, a reagire all’idea di un candidato come Vendola (tutto sommato presentabile, trasversale) come neanche Don Camillo di fronte a Peppone. Insomma da queste parti “la sinistra” rischia di morir di fame.
Contro questa prospettiva, annacquata e d’apparato, insorgono gli altri, i compagni duri e puri come Ferrero. Per costoro è il partito che può alleggerirsi fino a divenire evanescente sul territorio o derogare alle coscienze dei singoli l’elaborazione di una linea comune, con la coriandolizzazione che ne consegue - ricchezza di prospettive, ci viene spiegato, mancanza di sintesi, verrebbe da dire – finché a tenerlo in piedi ci sarà un collante potente come il comunismo, il lascito del passato toccato loro in sorte. Le fusioni possibili per colmare il vuoto lasciato a sinistra dal pd sono tali solo in quel nome, l’apertura evocata all’inizio subito soverchiata dalla più urgente disputa nominalistica, un personaggio come Vendola guardato con sospetto. Bisogna ripartire dal comunismo, si dice, dalla sua attualità. Ma cosa significa in termini politici? Non è dato saperlo. Il problema non è nuovo, da sempre il pci va a sbatterci senza venirne a capo. La colpa non è soltanto sua, ma della teoria marxista stessa, strumento ineguagliabile di osservazione e critica economico-sociale, ma priva di una pars construens politica, di indicazioni di merito sull’alternativa radicale al sistema, la “rivoluzione” che pure prevede. Su quest’impasse teorica poggiano tanto le derive aberranti dei regimi totalitari, quanto le contraddizioni non risolte di una schiera di ottimi amministratori locali, uomini delle istituzioni, sindacalisti battaglieri, insegnanti e (sempre meno) operai che nella vita di tutti i giorni hanno contribuito al miglioramento di quelle istituzioni civili, “borghesi” che in quanto “comunisti” avrebbero dovuto rovesciare.
Il che ci riporta a quella fatidica notte di dicembre, allo sconcerto per “una svolta” palesemente in ritardo sui tempi (l’ ‘89 è l’anno del muro), tuttavia così sofferta da mettere immediatamente in moto un programma di “rianimazione”. Durante le cene di Natale di quell’anno i miei e i loro amici non parlavano d’altro. Zia Angela, che era comunista e per me aveva sempre ragione, quando intercettava Occhetto in tv partiva con simpatici epiteti. La cosa di per sé faceva ridere. Poi per consolarla provai a dirle: “Beh, quanto meno non vi chiamate più come quei cattivi, i comunisti che li arrestano come Ceausescu”. Mi rispose secca: “Quelli non sono comunisti, sono pezzi di merda!”
Credo di aver capito allora che ai grandi piace giocare con le parole e credere alle favole più che ai bambini. Che qualcosa in comune tra quei “comunisti” e i nostri ci fosse era abbastanza evidente. Perché chiamarsi allo stesso modo sennò? Perché tante reticenze sui misfatti degli altri, gli usurpatori indebiti di nome proprio? Seppi poi che condividevano un vuoto teorico, che ognuno aveva riempito a proprio modo finendo col trasformarsi in qualcos’altro, in un caso nel regime a partito unico, nell’altro in una forza social-democratica, e per entrambi la cosa non si doveva dire.
Oggi sarebbe tempo di fare chiarezza, di metabolizzare il lutto staccando la spina al progetto di una rinascita comunista, su cui si insiste con inutile accanimento. E invece Ferrero e la nebulosa che gli gira attorno ne fanno addirittura una pregiudiziale per l’unione, contro l’ipotesi di un contenitore di “sinistra” e basta troppo vago ai loro occhi, pur essendo di fatto costretti a definire la propria posizione in termini altrettanto generici. Il richiamo al lavoro, alle prerogative della politica in materia economica, alle misure necessarie per una più equa ridistribuzione delle risorse non è affatto sufficiente per parlare di comunismo. E d’altronde un’alternativa politica al sistema liberal-democratico, coi suoi meccanismi di controllo del potere, non c’era all’epoca del vecchio pci né tanto meno è stata inventata. In pratica si pretende di tornare a qualcosa che, in quanto tale, non c’è mai stato. Non soltanto. Presi dalla battaglia per la restaurazione linguistica del lemma “comunismo”, i rifondati à la Ferrero non hanno elaborato alcuna proposta credibile per i giovani precari, le fasce deboli a cui dicono di rivolgersi, articolata tecnicamente, presentabile quanto meno agli interlocutori più prossimi. Per arginare il neoliberismo selvaggio bisognerà mettersi di buzzo buono a pensare correttivi e strumenti d’intervento adeguati ai tempi. Anche a cercare in Marx un alleato quel che salterà fuori da questa fase di crisi non sarà in ogni caso un programma "comunista" in senso stretto. Ecco perché l’intera disputa sembra piuttosto un modo per imbrigliare un elettorato alla deriva, in primo luogo i giovincelli di sinistra come me, nelle maglie di una contrapposizione ideologica affascinate, ma vuota da cui di fatto sono già fuori, tesa soltanto a giustificare l'immobilismo seguito alla mancata "rifondazione". Se col pd la sinistra resta a digiuno, qui rischia un’intossicazione da cibo avariato.
Infine c’è Vendola, che un paio di cose sembra averle intuite: la necessità di fare i conti col proprio passato, anche quello più recente, quella di tenere aperto il dialogo con il pd, nonostante i colpi bassi. Un progetto il suo forse un po’ vago e inclusivo, che guarda a culture diverse – i verdi, l’istanza liberale dei diritti civili, la tradizione cattolico sociale – ancora non perfettamente amalgamate in un composto unitario, ma che ha tuttavia il merito dell’autocritica, dell’apertura nei confronti della società civile e lascia intravedere qualche speranza per il futuro.
Ma Vendola è solo, pertanto esposto al tiro incrociato degli avversari e al fuoco amico degli ex compagni di partito. Può fare affidamento soltanto sul suo carisma, il che talvolta purtroppo è un guaio. Nichi è abile con le parole, sa solleticare la riflessione dei suoi uditori su temi importanti con una capacità oratoria evocativa e immaginifica, ma tende a perdersi dentro le proprie costruzioni concettuali. Avrebbe bisogno di qualcuno al suo fianco, un rinforzo pragmatico, tecnico, visibile quanto lui, che invece al momento, per ragioni diverse, stenta a saltar fuori.
È solo, soggetto a tutti i rischi connessi all’eccessiva personalizzazione, che a sinistra non funziona granché e non è di per sé un bene. “Sinistra ecologia e libertà”, un nome lungo e infelice, è di fatto per tutti, molto più semplicemente, il partito di Vendola. Un’equazione che nel presente contesto va persino incoraggiata, ma che alla lunga potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio, tanto per lui quanto per la nuova e ancora gracile formazione.
È solo, proprio come tutti noi, disgraziatamente di sinistra, che avremmo tanto bisogno di un partito un po’ più in forze, un partito unitario, di classi dirigenti impegnate a metterlo in piedi al più presto e invece ci toccano i movioloni da domenica sera in pieno inverno, le polemiche sulla classifica e lo scudetto. Purtroppo neppure Vendola da solo può fare primavera.
lunedì 22 febbraio 2010
Gelatinazero
In ritardo, come sempre, per il rotto della cuffia riesco a intrufolarmi tra il pubblico di Annozero. L’addetto di studio mi incastra in mezzo a tre ragazzini romani habitués del luogo, vispi e in odore di popolo viola, con cui familiarizzo subito.
Nel frattempo cominciano a sfilare gli ospiti della serata. La mascella di Belpietro, direttrice di Libero, seguita dal minuscolo encefalo che l’accompagna, Porro, anima ragionevole e felicemente minoritaria del Giornale, gli alfieri della cronaca politico-giudiziaria del Fatto, l’archivio vivente Peter Gomez e Nostra Signora dei Tribunali Marco Travaglio, Norma Rangeri, critica televisiva del Manifesto, ignota ai miei giovani vicini che invece conoscono a menadito la squadra di Padellaro. Arriva anche Vauro, l’unico a strappare applausi a telecamere spente. Si consuma il rituale delle strette di mano, delle pacche sulle spalle a cui partecipano tutti fuorché Travaglio, che tira dritto al suo posto senza dar confidenza a nessuno.
Non c’è neppure un politico, ma tanto meglio. Di solito ad un certo punto si inceppano e amen, mentre i giornalisti talvolta regalano qualche sorpresa.
Tema della puntata “la gelatina”, la paccottiglia eterogenea di appalti ordinari ed emergenze gestita dalla protezione civile coi super-poteri e le mille deroghe di cui gode. La quadratura del cerchio per un nutrito gruppo di funzionari pubblici, trasformati in veri e propri ras locali, e la schiera di imprenditori “amici”, sempre pronti a vezzeggiare la rinata corte del Re Sole con nuovi e fantasiosi omaggi in cambio di commesse statali a nomina diretta.
Un tizio ci istruisce sulle pause pubblicitarie, siamo pregati di far silenzio e di non allontanarci. Fa il suo ingresso anche Santoro, parte il conto alla rovescia e ha inizio lo show.
Il canovaccio è più o meno lo stesso di sempre. Porro è conciliante a differenza di Belpietro che parte all’attacco col suo morso ferrato. Poi però fa l’ingenuo sulle frequentazioni e i massaggi di Bertolaso, Travaglio si impunta, scatta l’accusa di moralismo e la replica piccata di quest’ultimo che minaccia di abbandonare lo studio. Santoro bacchetta tutti, ma ha in serbo le sue carte per mettere in difficoltà le anime belle. È un grande attore, come osserva la Rangeri, conosce i tempi della commedia dell’arte, non come Travaglio che sembra uscito da un melodrammone con Amedeo Nazzari.
La vera chicca della serata è l’intervista a Riccardo Fusi, un toscanaccio schietto che tra grandi risate si dice pronto a prestare il suo elicottero a chiunque garantisca appalti alla sua impresa. Esilarante! Per uno così bisognerebbe inventare qualcosa, che so, “l’Alcatraz dei famosi”.
Finalmente poi si vede L’Aquila in tv con le macerie ancora per strada, i vicoli chiusi, gli edifici storici in rovina, senza puntelli, ulteriormente provati per il trascorrere del tempo e le intemperie. Una città fantasma la cui ricostruzione chissà quando sarà possibile, visto il fiume di soldi spesi per le new town tanto celebrate dai teorici del Buon Umore, i Vespa e i Minzolini che non hanno perso a tempo a dichiarare risolta al meglio l'emergenza. Qui Santoro fa tana libera tutti, apre un varco nel muro della disinformazione televisiva sul terremoto che altri, in primis Iacona, percorreranno con maggior dovizia di particolari. Il che mi dà, ancora una volta, un’ottima ragione per continuare a guardarlo. Infine si torna alle questioni più pruriginose, le intercettazioni di un sottobosco di piccoli imprenditori e faccendieri, letteralmente a “servizio” di molti capi - giudici, amministratori, funzionari – coi loro cessi da sturare, le stanze da ripulire di resti loschi e mille altre faccende da sbrigare. Cosa non si è disposti a fare per entrare nelle grazie di chi conta. Fine della puntata, tutto regolare, proprio come da casa. Solo un po’ più coinvolgente e scomodo. Stop.
E invece, proprio quando non me l’aspetto, scatta la bagarre. Per ragioni di tempo è saltato lo spazio generazione zero, quello in cui intervengono i ggiovani dalla platea. La cosa, lo confesso, non mi è dispiaciuta affatto. Di solito a quel punto mi annoio mortalmente e mi vien voglia di cambiare canale. Ad ogni modo le reazioni sono piuttosto vivaci. Una ragazza è particolarmente infervorata, non sa cosa raccontare ai suoi al rientro. Credo venga dalla provincia di Messina, dove una melma un pelino più consistente di quella raccontata finora ha investito un intero paese, portandosi via case, cose e persone. Di questi figli di un dio minore, messo sicuramente peggio di quello toccato in sorte ai rampolli di Balducci, non parla nessuno.
Santoro si scusa, è mortificato, promette di dedicare un’intera puntata alla vicenda. Interviene anche un giovane aquilano, pacato ma risoluto. “Non doveva permettere a Belpietro di dire che le casette di Berlusconi vanno bene, che all’Aquila siamo sistemati. E la mia intervista, perché non è andata in onda? La seguo da Samarcanda, sono cresciuto con lei, ma stasera mi ha deluso.” A questo punto Santoro reagisce. “Ma se abbiamo fatto vedere le macerie e stasera la puntata era comunque dedicata ad altro.”
È vero, ma tanto non basta, la tensione si taglia con il coltello. Il ragazzo va via bofonchiando insulti contro il servizio pubblico. Nel frattempo il suo telefonino comincia a trillare, riceve messaggi all’impazzata. Tutti gli amici che hanno seguito il programma da casa, infuriati più di lui.
Mentre cammino verso l’uscita mi torna in mente l’osservazione di Santoro sulla gelatina, un ambiente torbido a tal punto che non è più possibile riconoscere i buoni e i cattivi, fare distinzioni tra diversi gradi di responsabilità. L’impressione è che questa melassa ci stia inghiottendo tutti.
Nel frattempo cominciano a sfilare gli ospiti della serata. La mascella di Belpietro, direttrice di Libero, seguita dal minuscolo encefalo che l’accompagna, Porro, anima ragionevole e felicemente minoritaria del Giornale, gli alfieri della cronaca politico-giudiziaria del Fatto, l’archivio vivente Peter Gomez e Nostra Signora dei Tribunali Marco Travaglio, Norma Rangeri, critica televisiva del Manifesto, ignota ai miei giovani vicini che invece conoscono a menadito la squadra di Padellaro. Arriva anche Vauro, l’unico a strappare applausi a telecamere spente. Si consuma il rituale delle strette di mano, delle pacche sulle spalle a cui partecipano tutti fuorché Travaglio, che tira dritto al suo posto senza dar confidenza a nessuno.
Non c’è neppure un politico, ma tanto meglio. Di solito ad un certo punto si inceppano e amen, mentre i giornalisti talvolta regalano qualche sorpresa.
Tema della puntata “la gelatina”, la paccottiglia eterogenea di appalti ordinari ed emergenze gestita dalla protezione civile coi super-poteri e le mille deroghe di cui gode. La quadratura del cerchio per un nutrito gruppo di funzionari pubblici, trasformati in veri e propri ras locali, e la schiera di imprenditori “amici”, sempre pronti a vezzeggiare la rinata corte del Re Sole con nuovi e fantasiosi omaggi in cambio di commesse statali a nomina diretta.
Un tizio ci istruisce sulle pause pubblicitarie, siamo pregati di far silenzio e di non allontanarci. Fa il suo ingresso anche Santoro, parte il conto alla rovescia e ha inizio lo show.
Il canovaccio è più o meno lo stesso di sempre. Porro è conciliante a differenza di Belpietro che parte all’attacco col suo morso ferrato. Poi però fa l’ingenuo sulle frequentazioni e i massaggi di Bertolaso, Travaglio si impunta, scatta l’accusa di moralismo e la replica piccata di quest’ultimo che minaccia di abbandonare lo studio. Santoro bacchetta tutti, ma ha in serbo le sue carte per mettere in difficoltà le anime belle. È un grande attore, come osserva la Rangeri, conosce i tempi della commedia dell’arte, non come Travaglio che sembra uscito da un melodrammone con Amedeo Nazzari.
La vera chicca della serata è l’intervista a Riccardo Fusi, un toscanaccio schietto che tra grandi risate si dice pronto a prestare il suo elicottero a chiunque garantisca appalti alla sua impresa. Esilarante! Per uno così bisognerebbe inventare qualcosa, che so, “l’Alcatraz dei famosi”.
Finalmente poi si vede L’Aquila in tv con le macerie ancora per strada, i vicoli chiusi, gli edifici storici in rovina, senza puntelli, ulteriormente provati per il trascorrere del tempo e le intemperie. Una città fantasma la cui ricostruzione chissà quando sarà possibile, visto il fiume di soldi spesi per le new town tanto celebrate dai teorici del Buon Umore, i Vespa e i Minzolini che non hanno perso a tempo a dichiarare risolta al meglio l'emergenza. Qui Santoro fa tana libera tutti, apre un varco nel muro della disinformazione televisiva sul terremoto che altri, in primis Iacona, percorreranno con maggior dovizia di particolari. Il che mi dà, ancora una volta, un’ottima ragione per continuare a guardarlo. Infine si torna alle questioni più pruriginose, le intercettazioni di un sottobosco di piccoli imprenditori e faccendieri, letteralmente a “servizio” di molti capi - giudici, amministratori, funzionari – coi loro cessi da sturare, le stanze da ripulire di resti loschi e mille altre faccende da sbrigare. Cosa non si è disposti a fare per entrare nelle grazie di chi conta. Fine della puntata, tutto regolare, proprio come da casa. Solo un po’ più coinvolgente e scomodo. Stop.
E invece, proprio quando non me l’aspetto, scatta la bagarre. Per ragioni di tempo è saltato lo spazio generazione zero, quello in cui intervengono i ggiovani dalla platea. La cosa, lo confesso, non mi è dispiaciuta affatto. Di solito a quel punto mi annoio mortalmente e mi vien voglia di cambiare canale. Ad ogni modo le reazioni sono piuttosto vivaci. Una ragazza è particolarmente infervorata, non sa cosa raccontare ai suoi al rientro. Credo venga dalla provincia di Messina, dove una melma un pelino più consistente di quella raccontata finora ha investito un intero paese, portandosi via case, cose e persone. Di questi figli di un dio minore, messo sicuramente peggio di quello toccato in sorte ai rampolli di Balducci, non parla nessuno.
Santoro si scusa, è mortificato, promette di dedicare un’intera puntata alla vicenda. Interviene anche un giovane aquilano, pacato ma risoluto. “Non doveva permettere a Belpietro di dire che le casette di Berlusconi vanno bene, che all’Aquila siamo sistemati. E la mia intervista, perché non è andata in onda? La seguo da Samarcanda, sono cresciuto con lei, ma stasera mi ha deluso.” A questo punto Santoro reagisce. “Ma se abbiamo fatto vedere le macerie e stasera la puntata era comunque dedicata ad altro.”
È vero, ma tanto non basta, la tensione si taglia con il coltello. Il ragazzo va via bofonchiando insulti contro il servizio pubblico. Nel frattempo il suo telefonino comincia a trillare, riceve messaggi all’impazzata. Tutti gli amici che hanno seguito il programma da casa, infuriati più di lui.
Mentre cammino verso l’uscita mi torna in mente l’osservazione di Santoro sulla gelatina, un ambiente torbido a tal punto che non è più possibile riconoscere i buoni e i cattivi, fare distinzioni tra diversi gradi di responsabilità. L’impressione è che questa melassa ci stia inghiottendo tutti.
sabato 12 dicembre 2009
Il Nobel conteso
E veniamo al bestiario di sinistra con le sue inconcludenze, le confusioni, la logica binaria che spesso contraddistingue tanto la classe dirigente (o quel che di essa rimane dopo la sonora sconfitta del 2008) quanto i rivoli sparsi del suo elettorato, gli “esuli” come li chiama Diamanti, che non votano o votano con il naso tappato, perché orfani di un punto di riferimento politico, che si occupi della loro rappresentanza.
Sto per dire cose che mi renderanno antipatica anche agli amici, quindi metto le mani avanti: in questa massa “liquida”, eterogenea mi colloco anch’io, con tutto le incertezze e le oscillazioni del caso. Non voglio far la “maestrina” e indicare soluzioni, anche se mi permetto qualche giudizio, pratica, a mio avviso, di per sé né scandalosa né derogabile (bisogna, al dunque, pur dire cosa si pensa per dar vita ad una discussione).
Parto da qualche breve antefatto per inquadrare il mio punto di vista, che si delinea, anche per me, non come un vero e proprio ragionamento, piuttosto come una procedura indiziaria, il profilarsi di dubbi e perplessità a partire da prove marginali, piccoli tasselli che a poco a poco compongono un quadro.
Quando Rossi e Turigliatto minacciarono di far cadere il governo Prodi, una maggioranza che si reggeva per un pugno di voti al Senato, sul rifinanziamento delle missioni militari all’estero, ricordo che mi sembrarono pazzi, in preda ad un utopismo onirico che li collocava fuori della realtà. Roba da delirio mentale, totale perdita di rapporto col mondo, di sensibilità al contesto (interno ed estero), al quadro storico. Soprattutto nessuna dimestichezza con la sfera politica, con questioni come il diritto internazionale, i vincoli diplomatici, il gioco di equilibrio di opportunità strategiche (e non tattiche) che essa comporta, il bisogno continuo di riflessione su temi che non si possono liquidare con una filosofia delle quattro parole, “no alla guerra senza se e senza ma”, ideale di per sé nobile, che andrebbe promosso (concretamente) a livello sociale, ma politicamente vuoto.
In generale chi fa politica (o se ne interessa) ha il dovere di interrogarsi su questioni come la guerra, sulle condizioni che la giustificano come extrema ratio, sui modi possibili per evitarla e sull’equità di tali alternative. Non può semplicemente puntare i piedi e dire no. Ha sbagliato mestiere. Piacerebbe a tutti che la guerra sparisse con un gioco di parole, ma un po’ di sano realismo politico insegna che il pacifismo da solo non basta. Lascio parlare Bobbio, che certamente lo spiega meglio di me. “Se tutti gli stati del mondo disarmano tranne uno, questo diventa il signore della Terra. Quando si entra nella sfera politica, non si può prescindere da un minimo di realismo. Il disarmo unilaterale favorisce i violenti. Questo è il problema che i pacifisti radicali devono sciogliere: sino a che tutti gli uomini, dico tutti, non saranno non violenti, non solo la non violenza non otterrà il proprio scopo, ma rischia di rendere un servizio ai violenti, per i quali è più facile dominare un mondo di non violenti che un mondo di altrettanto violenti come loro. Il paradosso della non violenza è che incoraggia la violenza dei violenti.” Questo, per me, è un dato di fatto (non il solo per fortuna a comporre la sfera del politico). Ora, una forza che si vuole politica, come Rifondazione, può semplicemente liberarsi di esso, non elaborare la questione in contesto, dandola per risolta in via di principio, “senza se e senza ma”, una volta per tutte? Non credo.
Quando Obama si è candidato alle presidenziali non mi è piaciuto subito. Cresciuta a pane e dietrologie, politicamente diffidente per natura (il che spesso si è rivelato cosa buona), mi insospettiva l’ondata di entusiasmo collettivo per un tizio troppo patinato e telegenico per essere vero. Bello come Denzel Washington, osannato come Marthin Luther King, molto sospetto per me. Alla lunga, però, Barack mi ha convinto. Non sono un’obamiana fanatica, ma riconosco che è intelligente e in gamba, parla chiaro, persegue obiettivi condivisibili, ha effettivamente rinnovato il panorama politico americano e in parte anche quello sociale, risvegliando un interesse per il dibattito pubblico, collettivo, intorpidito da tempo. Rappresenta una svolta (sia pur limitata) anche per lo scenario internazionale, rispetto ai piani dell’amministrazione Bush, che sulla guerra avrebbe insistito ancora a lungo, esportandola anche altrove. Due le tappe decisive per la crescita del mio personale gradimento nei suoi confronti: il discorso all’Università del Cairo, diretto al mondo islamico, e quello al Congresso, sulla riforma sanitaria. Tutte e due le volte Mr. Obama mi ha letteralmente incollato al video: non è stato reticente, ha argomentato con straordinaria efficacia, ha prospettato soluzioni realistiche, ha evitato fronzoli e melassa, non ha lesinato critiche pungenti ed è stato capace di mettere (quanto meno provvisoriamente) tutti d’accordo. Ha strappato applausi su entrambi i fronti, ragionando come non si sentiva da tempo. In poche parole molto meglio di quel che ha fatto Denzel nei suoi film, impensabile, fino a poco tempo fa, nel mondo reale.
Tuttavia si tratta pur sempre di discorsi, di parole e poco più. Come recita l’adagio “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”. Bisogna stare in guardia e non lasciarsi prendere da facili entusiami. E qui arriva il Nobel sulla fiducia, imprevisto, immaturo, immeritato. Concordo, anche se bisognerebbe ricordare che Obama non se l’è assegnato da solo. In ogni caso le cerimonie e i festeggiamenti per il premio s’incastrano singolarmente (sarebbe meglio dire cozzano, fanno a pugni) con la decisione di inviare considerevoli rinforzi in Afghanistan, altri 30.000 uomini nei prossimi mesi, il che tinge tutto di un alone surreale. E anche su questo sono, in parte, d’accordo.
Ma qui scatta il rovesciamento e cominciano a fioccare da più parti a sinistra (in Italia s’intende) critiche rancorose tra quanti un tempo erano, per lo meno, fiduciosi, se non proprio fan. Obama è un traditore, una marionetta, un imbroglione come gli altri, un bluff.
Per me la questione diventa in tal modo ideologica, irriflessa, inceppata dalla logica binaria delle grandi alternative (rosso o nero, tutto o niente), capace solo di slogan e poco più. Che il Nobel sia immeritato è un fatto (chi legge “Doonesbury” ne ride da un po’ in mezzo mondo). Che Obama non sia il salvatore dell’umanità, che il mondo, all’indomani della sua elezione, non si sia improvvisamente trasformato (e in meglio), che il presidente degli Stati Uniti si muova all’interno di vincoli precisi, operando in un contesto, pregresso, predeterminato e da lui, in buona sostanza, indipendente, è un altro fatto.
Il che ci riporta alla questione della guerra in Afghanistan, che è poi il motivo principale delle critiche a lui rivolte. La guerra al momento è un grande fallimento, il rapporto del generale Petraeus parla chiaro. Non avrebbero dovuto aprire un altro fronte in Iraq, distraendo forze da lì; così i talebani hanno ripreso il controllo di gran parte del territorio, applicando ritorsioni sommarie contro i civili inermi, i traditori e le traditrici che si sono messi in fila per votare o per andare a scuola (da stragi e attentati a ripicche più “fantasiose” e sadiche, come lo stupro o l’acido in faccia). Il governo locale è corrotto e per niente autorevole, incapace di garantire diritti minimi alla popolazione locale, quali sicurezza, istruzione o sanità. La ricostruzione non è neppure iniziata. L’esercito americano, pochi uomini distribuiti a macchia di leopardo, con tecnologie fin troppo grandi e ingombranti per non essere bersaglio di imboscate, così può veramente poco contro l’agile ed esperta guerriglia talebana. Questo lo scenario che fa da sfondo alla decisione di Obama. Forse si avvia verso un nuovo Vietnam, ma certamente non può non tener conto di questo quadro.
Si può discutere a monte della scelta di far guerra all’Afghanistan all’indomani dell’11/09. Certo non siamo andati lì per scopi umanitari, per filantropia o amor di giustizia. Ci sono enormi interessi dietro, è probabile che l’attacco fosse pianificato da mesi, molto prima del crollo delle due torri. Possiamo riesaminare il caso dalle più svariate angolazioni, ricostruire l’ordine degli accadimenti, rivedere cronologia e scenari, scrivere una storia più vera. Ma l’argomento contro le “ragioni” della guerra di Bush è davvero così decisivo per determinare cosa fare in questo momento? O la situazione che emerge dai rapporti (non soltanto quelli governativi ovviamente) non è comunque preoccupante, degna di analisi, tanto da parte della politica internazionale quanto di quella nostrana e dei cittadini stessi, specie quelli politicamente attivi, come ho l’illusione di credere siamo a sinistra? Non sarebbe il caso di abbandonare qualche formula affrettata e cominciare a ragionare sui fatti?
Con questo non voglio dare ragione ad Obama, finendo con l’essere più realista del re. Semplicemente credo che prima di sostenere che il ritiro sia l’unica strada, perché siamo di fronte ad una sporca guerra, che in quanto tale è sempre ingiusta…insomma prima di fare astrazione, parlando in generale e buttandola, di fatto, in casciara, dobbiamo discutere del caso concreto. E allora bisogna davvero impegnarsi per dimostrare che il ritiro, adesso, è “più giusto”, moralmente e politicamente, producendo argomenti solidi a sostegno di questa tesi.
Io ho molti dubbi che una tale impresa riesca, non ho soluzioni e l’intera faccenda mi sembra un guazzabuglio. Sbagliata (e in malafede) la scelta di Bush, poco convincente l’idea di dire ora “Ci siamo sbagliati, abbiamo distrutto qua e là, non facciamo in tempo a rifare strade, ponti e ospedali, vi lasciamo nelle mani di amabilissime personcine, quali sono i talebani, con qualche calcinaccio e molta miseria.”
Con tutto questo sproloquio voglio soltanto suggerire alla “sinistra a sinistra”, a Rifondazione e agli “esuli”, di tornare a confrontarsi con il mondo reale, che spesso è problematico, talvolta (per fortuna non sempre), specie in relazione a cose complesse come la guerra, tragico e irrisolvibile, prima di passare agli schemi, alle sintesi e ai rovesciamenti. Prima di cedere alla tentazione degli slogan, alla rapida trasformazione degli amici in avversari di paglia, operazione che spesso fa il gioco del nemico reale. Insomma di ri-appassionarsi alla politica, di lavorare di immaginazione, senza fermarsi mai ai luoghi comuni, alle frasi fatte, anche quando le abbiamo fatte noi. I confini del “giusto” si spostano di continuo: i principi sono importanti, ma si applicano sempre in contesto.
Sto per dire cose che mi renderanno antipatica anche agli amici, quindi metto le mani avanti: in questa massa “liquida”, eterogenea mi colloco anch’io, con tutto le incertezze e le oscillazioni del caso. Non voglio far la “maestrina” e indicare soluzioni, anche se mi permetto qualche giudizio, pratica, a mio avviso, di per sé né scandalosa né derogabile (bisogna, al dunque, pur dire cosa si pensa per dar vita ad una discussione).
Parto da qualche breve antefatto per inquadrare il mio punto di vista, che si delinea, anche per me, non come un vero e proprio ragionamento, piuttosto come una procedura indiziaria, il profilarsi di dubbi e perplessità a partire da prove marginali, piccoli tasselli che a poco a poco compongono un quadro.
Quando Rossi e Turigliatto minacciarono di far cadere il governo Prodi, una maggioranza che si reggeva per un pugno di voti al Senato, sul rifinanziamento delle missioni militari all’estero, ricordo che mi sembrarono pazzi, in preda ad un utopismo onirico che li collocava fuori della realtà. Roba da delirio mentale, totale perdita di rapporto col mondo, di sensibilità al contesto (interno ed estero), al quadro storico. Soprattutto nessuna dimestichezza con la sfera politica, con questioni come il diritto internazionale, i vincoli diplomatici, il gioco di equilibrio di opportunità strategiche (e non tattiche) che essa comporta, il bisogno continuo di riflessione su temi che non si possono liquidare con una filosofia delle quattro parole, “no alla guerra senza se e senza ma”, ideale di per sé nobile, che andrebbe promosso (concretamente) a livello sociale, ma politicamente vuoto.
In generale chi fa politica (o se ne interessa) ha il dovere di interrogarsi su questioni come la guerra, sulle condizioni che la giustificano come extrema ratio, sui modi possibili per evitarla e sull’equità di tali alternative. Non può semplicemente puntare i piedi e dire no. Ha sbagliato mestiere. Piacerebbe a tutti che la guerra sparisse con un gioco di parole, ma un po’ di sano realismo politico insegna che il pacifismo da solo non basta. Lascio parlare Bobbio, che certamente lo spiega meglio di me. “Se tutti gli stati del mondo disarmano tranne uno, questo diventa il signore della Terra. Quando si entra nella sfera politica, non si può prescindere da un minimo di realismo. Il disarmo unilaterale favorisce i violenti. Questo è il problema che i pacifisti radicali devono sciogliere: sino a che tutti gli uomini, dico tutti, non saranno non violenti, non solo la non violenza non otterrà il proprio scopo, ma rischia di rendere un servizio ai violenti, per i quali è più facile dominare un mondo di non violenti che un mondo di altrettanto violenti come loro. Il paradosso della non violenza è che incoraggia la violenza dei violenti.” Questo, per me, è un dato di fatto (non il solo per fortuna a comporre la sfera del politico). Ora, una forza che si vuole politica, come Rifondazione, può semplicemente liberarsi di esso, non elaborare la questione in contesto, dandola per risolta in via di principio, “senza se e senza ma”, una volta per tutte? Non credo.
Quando Obama si è candidato alle presidenziali non mi è piaciuto subito. Cresciuta a pane e dietrologie, politicamente diffidente per natura (il che spesso si è rivelato cosa buona), mi insospettiva l’ondata di entusiasmo collettivo per un tizio troppo patinato e telegenico per essere vero. Bello come Denzel Washington, osannato come Marthin Luther King, molto sospetto per me. Alla lunga, però, Barack mi ha convinto. Non sono un’obamiana fanatica, ma riconosco che è intelligente e in gamba, parla chiaro, persegue obiettivi condivisibili, ha effettivamente rinnovato il panorama politico americano e in parte anche quello sociale, risvegliando un interesse per il dibattito pubblico, collettivo, intorpidito da tempo. Rappresenta una svolta (sia pur limitata) anche per lo scenario internazionale, rispetto ai piani dell’amministrazione Bush, che sulla guerra avrebbe insistito ancora a lungo, esportandola anche altrove. Due le tappe decisive per la crescita del mio personale gradimento nei suoi confronti: il discorso all’Università del Cairo, diretto al mondo islamico, e quello al Congresso, sulla riforma sanitaria. Tutte e due le volte Mr. Obama mi ha letteralmente incollato al video: non è stato reticente, ha argomentato con straordinaria efficacia, ha prospettato soluzioni realistiche, ha evitato fronzoli e melassa, non ha lesinato critiche pungenti ed è stato capace di mettere (quanto meno provvisoriamente) tutti d’accordo. Ha strappato applausi su entrambi i fronti, ragionando come non si sentiva da tempo. In poche parole molto meglio di quel che ha fatto Denzel nei suoi film, impensabile, fino a poco tempo fa, nel mondo reale.
Tuttavia si tratta pur sempre di discorsi, di parole e poco più. Come recita l’adagio “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”. Bisogna stare in guardia e non lasciarsi prendere da facili entusiami. E qui arriva il Nobel sulla fiducia, imprevisto, immaturo, immeritato. Concordo, anche se bisognerebbe ricordare che Obama non se l’è assegnato da solo. In ogni caso le cerimonie e i festeggiamenti per il premio s’incastrano singolarmente (sarebbe meglio dire cozzano, fanno a pugni) con la decisione di inviare considerevoli rinforzi in Afghanistan, altri 30.000 uomini nei prossimi mesi, il che tinge tutto di un alone surreale. E anche su questo sono, in parte, d’accordo.
Ma qui scatta il rovesciamento e cominciano a fioccare da più parti a sinistra (in Italia s’intende) critiche rancorose tra quanti un tempo erano, per lo meno, fiduciosi, se non proprio fan. Obama è un traditore, una marionetta, un imbroglione come gli altri, un bluff.
Per me la questione diventa in tal modo ideologica, irriflessa, inceppata dalla logica binaria delle grandi alternative (rosso o nero, tutto o niente), capace solo di slogan e poco più. Che il Nobel sia immeritato è un fatto (chi legge “Doonesbury” ne ride da un po’ in mezzo mondo). Che Obama non sia il salvatore dell’umanità, che il mondo, all’indomani della sua elezione, non si sia improvvisamente trasformato (e in meglio), che il presidente degli Stati Uniti si muova all’interno di vincoli precisi, operando in un contesto, pregresso, predeterminato e da lui, in buona sostanza, indipendente, è un altro fatto.
Il che ci riporta alla questione della guerra in Afghanistan, che è poi il motivo principale delle critiche a lui rivolte. La guerra al momento è un grande fallimento, il rapporto del generale Petraeus parla chiaro. Non avrebbero dovuto aprire un altro fronte in Iraq, distraendo forze da lì; così i talebani hanno ripreso il controllo di gran parte del territorio, applicando ritorsioni sommarie contro i civili inermi, i traditori e le traditrici che si sono messi in fila per votare o per andare a scuola (da stragi e attentati a ripicche più “fantasiose” e sadiche, come lo stupro o l’acido in faccia). Il governo locale è corrotto e per niente autorevole, incapace di garantire diritti minimi alla popolazione locale, quali sicurezza, istruzione o sanità. La ricostruzione non è neppure iniziata. L’esercito americano, pochi uomini distribuiti a macchia di leopardo, con tecnologie fin troppo grandi e ingombranti per non essere bersaglio di imboscate, così può veramente poco contro l’agile ed esperta guerriglia talebana. Questo lo scenario che fa da sfondo alla decisione di Obama. Forse si avvia verso un nuovo Vietnam, ma certamente non può non tener conto di questo quadro.
Si può discutere a monte della scelta di far guerra all’Afghanistan all’indomani dell’11/09. Certo non siamo andati lì per scopi umanitari, per filantropia o amor di giustizia. Ci sono enormi interessi dietro, è probabile che l’attacco fosse pianificato da mesi, molto prima del crollo delle due torri. Possiamo riesaminare il caso dalle più svariate angolazioni, ricostruire l’ordine degli accadimenti, rivedere cronologia e scenari, scrivere una storia più vera. Ma l’argomento contro le “ragioni” della guerra di Bush è davvero così decisivo per determinare cosa fare in questo momento? O la situazione che emerge dai rapporti (non soltanto quelli governativi ovviamente) non è comunque preoccupante, degna di analisi, tanto da parte della politica internazionale quanto di quella nostrana e dei cittadini stessi, specie quelli politicamente attivi, come ho l’illusione di credere siamo a sinistra? Non sarebbe il caso di abbandonare qualche formula affrettata e cominciare a ragionare sui fatti?
Con questo non voglio dare ragione ad Obama, finendo con l’essere più realista del re. Semplicemente credo che prima di sostenere che il ritiro sia l’unica strada, perché siamo di fronte ad una sporca guerra, che in quanto tale è sempre ingiusta…insomma prima di fare astrazione, parlando in generale e buttandola, di fatto, in casciara, dobbiamo discutere del caso concreto. E allora bisogna davvero impegnarsi per dimostrare che il ritiro, adesso, è “più giusto”, moralmente e politicamente, producendo argomenti solidi a sostegno di questa tesi.
Io ho molti dubbi che una tale impresa riesca, non ho soluzioni e l’intera faccenda mi sembra un guazzabuglio. Sbagliata (e in malafede) la scelta di Bush, poco convincente l’idea di dire ora “Ci siamo sbagliati, abbiamo distrutto qua e là, non facciamo in tempo a rifare strade, ponti e ospedali, vi lasciamo nelle mani di amabilissime personcine, quali sono i talebani, con qualche calcinaccio e molta miseria.”
Con tutto questo sproloquio voglio soltanto suggerire alla “sinistra a sinistra”, a Rifondazione e agli “esuli”, di tornare a confrontarsi con il mondo reale, che spesso è problematico, talvolta (per fortuna non sempre), specie in relazione a cose complesse come la guerra, tragico e irrisolvibile, prima di passare agli schemi, alle sintesi e ai rovesciamenti. Prima di cedere alla tentazione degli slogan, alla rapida trasformazione degli amici in avversari di paglia, operazione che spesso fa il gioco del nemico reale. Insomma di ri-appassionarsi alla politica, di lavorare di immaginazione, senza fermarsi mai ai luoghi comuni, alle frasi fatte, anche quando le abbiamo fatte noi. I confini del “giusto” si spostano di continuo: i principi sono importanti, ma si applicano sempre in contesto.
venerdì 11 dicembre 2009
L'Europa che non c'è
Dopo gli improrogabili impegni di politica estera, che lo hanno portato ai 4 angoli di mondo, dall’Arabia Saudita alla Bielorussia di Lukashenko, e ne hanno legittimamente (?) impedito la presenza in aula, in quei tribunali che lo attendono da tempo ma in cui non ha nessuna intenzione di comparire, Berlusconi sferra l’ennesimo attacco agli organi di garanzia e controllo del nostro povero ordinamento democratico dinanzi ad una platea internazionale, il congresso del partito popolare europeo in corso a Bonn.
Poche le novità per noi italiani, che in 15 anni ci siamo più che abituati alle litanie sui giudici comunisti, l’uso strumentale e politicizzato dei processi, l’avvelenamento culturale e mediatico di cui è responsabile certa sotto-cultura di sinistra, a cui piace enfatizzare inesistenti legami tra mafia e politica, da ultimo attraverso inutili fiction come “La Piovra”, i cui autori andrebbero “strozzati” per il clima di sospetto e le falsità che hanno messo in circolazione. Tutti argomenti, peraltro, non nuovi, già avanzati da illustri predecessori quali Totò Riina e Michele Greco, che pure si scagliava contro i “filmi” come “Il Padrino”, vera fonte di corruzione e di ogni male. Quel che si può dire è che ancora una volta Berlusconi non mente, non si nasconde né si sottrae. Non vuole andare a processo, ritiene che il consenso di cui gode lo esoneri da questi fastidi, è pronto a cambiare la costituzione, anche da solo se necessario, e sa che la sua maggioranza, per quanto lacerata, saprà scendere a patti. Fini non lo impensierisce, anche questo è chiaro. Il botta e risposta di queste ore lo conferma. A Gianfranco Berlusconi fa sapere che non deve chiarire un bel niente: è stanco, furioso, scatenato, non sente ragioni ed è pronto a tutto.
Che la situazione sia delicata e pericolosa, come mai prima d’ora, è evidente. I nodi stanno venendo al pettine, impossibile derogare ancora il faccia a faccia con i giudici, schivato fin qui con strumenti ad hoc non più sufficienti.
E qui entra in ballo l’Europa.
Il vero e proprio coup de theatre del nostro istrione, l’unica novità rilevante delle ultime dichiarazioni, trite e ritrite nei contenuti, è il contesto internazionale in cui sono state proferite. Il che suona, ancora una volta, come un sinistro avvertimento sulla serietà delle intenzioni che le animano. Le reazioni a caldo? Sorrisi imbarazzati, risate per l’uso di espressioni un po’ forti, che hanno creato qualche problemino agli interpreti, applausi divertiti, un “no comment” della Merkel, una difesa d’ufficio del presidente del Ppe Martens, incardinata proprio sull’argomento della maggioranza e del consenso di cui gode Berlusconi.
In poche parole la solita reazione timida e deludente, che sembra condannare la politica europea ad una navigazione in acque basse, stagnanti, in cui conta più l’aderenza ad etichette di maniera che l’elaborazione di norme e principi comuni. L’Unione Europea è un organismo internazionale che non decolla, impantanato in questioni di mera ragioneria, che nessuno, in realtà, vuole far decollare. È possibile che la politica estera di un singolo stato, come l’Italia, sia così svincolata dagli orientamenti comunitari? È possibile che Berlusconi dichiari in Arabia Saudita che la vita parlamentare è faticosa, spossante, talvolta inutile, che lodi un leader come Lukashenko per il consenso popolare che ha saputo meritare, senza che questo provochi alcun pronunciamento a livello europeo? Ed è infine possibile fare discorsi come quello di ieri, infangare i principi e le istituzioni di uno stato di diritto (di qualsiasi stato di diritto), minacciare soluzioni estreme non previste dagli ordinamenti costituzionali, personalizzare un dibattito che avrebbe dovuto essere istituzionale ed internazionale al tempo stesso, senza che questo provochi una reazione un po’ meno ambigua e reticente delle risatine e dei no comment?
Il tempo è passato, l’Unione europea ha organi ufficiali, sedi, protocolli, ma è ancora un ircocervo, un animale strano, che non si sa bene come viva e a cosa serva. Ogni tanto qualcuno, che so un giornale, l’Economist, si scandalizza per la situazione italiana e prende le distanze, ma a livello istituzionale tutto tace. Viene il sospetto che, in fondo in fondo, Berlusconi piaccia anche all’estero, proprio come a Churchill Mussolini stette a lungo simpatico.
Poche le novità per noi italiani, che in 15 anni ci siamo più che abituati alle litanie sui giudici comunisti, l’uso strumentale e politicizzato dei processi, l’avvelenamento culturale e mediatico di cui è responsabile certa sotto-cultura di sinistra, a cui piace enfatizzare inesistenti legami tra mafia e politica, da ultimo attraverso inutili fiction come “La Piovra”, i cui autori andrebbero “strozzati” per il clima di sospetto e le falsità che hanno messo in circolazione. Tutti argomenti, peraltro, non nuovi, già avanzati da illustri predecessori quali Totò Riina e Michele Greco, che pure si scagliava contro i “filmi” come “Il Padrino”, vera fonte di corruzione e di ogni male. Quel che si può dire è che ancora una volta Berlusconi non mente, non si nasconde né si sottrae. Non vuole andare a processo, ritiene che il consenso di cui gode lo esoneri da questi fastidi, è pronto a cambiare la costituzione, anche da solo se necessario, e sa che la sua maggioranza, per quanto lacerata, saprà scendere a patti. Fini non lo impensierisce, anche questo è chiaro. Il botta e risposta di queste ore lo conferma. A Gianfranco Berlusconi fa sapere che non deve chiarire un bel niente: è stanco, furioso, scatenato, non sente ragioni ed è pronto a tutto.
Che la situazione sia delicata e pericolosa, come mai prima d’ora, è evidente. I nodi stanno venendo al pettine, impossibile derogare ancora il faccia a faccia con i giudici, schivato fin qui con strumenti ad hoc non più sufficienti.
E qui entra in ballo l’Europa.
Il vero e proprio coup de theatre del nostro istrione, l’unica novità rilevante delle ultime dichiarazioni, trite e ritrite nei contenuti, è il contesto internazionale in cui sono state proferite. Il che suona, ancora una volta, come un sinistro avvertimento sulla serietà delle intenzioni che le animano. Le reazioni a caldo? Sorrisi imbarazzati, risate per l’uso di espressioni un po’ forti, che hanno creato qualche problemino agli interpreti, applausi divertiti, un “no comment” della Merkel, una difesa d’ufficio del presidente del Ppe Martens, incardinata proprio sull’argomento della maggioranza e del consenso di cui gode Berlusconi.
In poche parole la solita reazione timida e deludente, che sembra condannare la politica europea ad una navigazione in acque basse, stagnanti, in cui conta più l’aderenza ad etichette di maniera che l’elaborazione di norme e principi comuni. L’Unione Europea è un organismo internazionale che non decolla, impantanato in questioni di mera ragioneria, che nessuno, in realtà, vuole far decollare. È possibile che la politica estera di un singolo stato, come l’Italia, sia così svincolata dagli orientamenti comunitari? È possibile che Berlusconi dichiari in Arabia Saudita che la vita parlamentare è faticosa, spossante, talvolta inutile, che lodi un leader come Lukashenko per il consenso popolare che ha saputo meritare, senza che questo provochi alcun pronunciamento a livello europeo? Ed è infine possibile fare discorsi come quello di ieri, infangare i principi e le istituzioni di uno stato di diritto (di qualsiasi stato di diritto), minacciare soluzioni estreme non previste dagli ordinamenti costituzionali, personalizzare un dibattito che avrebbe dovuto essere istituzionale ed internazionale al tempo stesso, senza che questo provochi una reazione un po’ meno ambigua e reticente delle risatine e dei no comment?
Il tempo è passato, l’Unione europea ha organi ufficiali, sedi, protocolli, ma è ancora un ircocervo, un animale strano, che non si sa bene come viva e a cosa serva. Ogni tanto qualcuno, che so un giornale, l’Economist, si scandalizza per la situazione italiana e prende le distanze, ma a livello istituzionale tutto tace. Viene il sospetto che, in fondo in fondo, Berlusconi piaccia anche all’estero, proprio come a Churchill Mussolini stette a lungo simpatico.
giovedì 12 novembre 2009
Stefano Cucchi o della malvagità del banale
Quando nel 1961 Hannah Arendt cominciò a seguire, come corrispondente per Il New Yorker, il processo ad Adolf Eichmann in corso a Gerusalemme, non poté non registrare quel che vedeva: un uomo qualunque, un mediocre nel senso di medio, non uno brillante, ma nemmeno uno stupido e neppure dannatamente cattivo, un tipo normale. Un esemplare comune di un’umanità banale, uno dei tanti che contano poco, non decide le regole del gioco, ma vi si adegua alla perfezione, persino più di quanto gli è richiesto. Osservanza stretta e rigorosa che non discende da intima adesione, come nel caso del mistico o del fanatico, ma da imperturbabile, serena, olimpica incapacità di riflettere sul peso delle proprie azioni.
- Il “come” era comandato, il “che cosa”, beh, non erano fatti miei.
Questa la strategia difensiva di Eichmann e laddove molti intellettuali gridarono allo scandalo, negando ogni parentela con quel “mostruoso” omino, la Arendt, invece, si fermò a guardare, concludendone che quel signor nessuno ci somiglia. Aveva semplicemente smesso di pensare a quel che faceva, alle conseguenze delle sue scelte e delle sue omissioni, alle connessioni tra regole valide in certi contesti - la famiglia, gli amici, una buona reputazione sociale - e sfere di vita separate come il lavoro, per cui si dà il caso che uno si occupi della deportazione di massa di migliaia di persone e lo faccia bene, senza troppe domande. Certo il nazismo aveva concepito e predisposto regole aberranti, ma senza questi zelanti esecutori non avrebbe potuto portare a termine il suo progetto delirante e mortifero. Soprattutto quando questa narcolessia della ragione diventa prevalente, impedito il sorgere di ogni dubbio, messa a tacere ogni critica con un semplice gesto, un tratto di penna, “sono solo fatti miei” o “non sono fatti miei”, vuote formule rassicuranti dentro cui nascondersi, tane o trincee per battaglie quotidiane, non c’è regola, ordinamento, principio, per quanto equo e opportuno, che tenga.
Da quando è morto Stefano Cucchi non smetto di pensare a quanta gente ha incontrato. Non voglio in alcun modo ridimensionare le responsabilità, penali (degli aguzzini di Stefano e di quanti hanno avuto un ruolo in questa sporca faccenda) e politiche. “Casi” come questo non sono affatto casuali, gli abusi di potere e l’impunità delle forze dell’ordine, la solidarietà ambigua e omertosa tra istituzioni, che invece dovrebbero controllarsi a vicenda, sono purtroppo la regola in questo paese malato. Eppure quel che davvero mi incuriosisce e mi inquieta in questa storia è questa folla di personaggi (persone solo in certi contesti, come il vecchio Eichmann) con cui Stefano è entrato in contatto, con uno sguardo o affidando loro qualche richiesta, fiducioso che qualcuno (un essere umano?), prima o poi, lo stesse a sentire.
Il magistrato, troppo occupato per poter alzare il naso dalle sue scartoffie, per notare i lividi o il padre di Stefano, presente in aula, una “prova evidente” che il ragazzo non era un vagabondo, un “senza fissa dimora”, che i domiciliari magari si potevano valutare (tralascio al momento considerazioni sullo scenario che si apre per quelli che casa e famiglia non ce l’hanno per davvero e che se muoiono, non protesta nessuno).
L’avvocato d’ufficio che saluta gli sbirri, e no, lui no, non vuole rogne. Che ne sa dei lividi, c’erano, non c’erano? Del collega segnalato da Stefano non ne ha mai sentito parlare, e poi cosa avrà mai più di lui? “Il tribunale è un brutto ambiente, lasciatelo dire da uno che ne ha viste. Bisogna chiudere un occhio e sgomitare, sennò ti mangiano”.
Il primario inavvicinabile, che non ne vuol sapere, ha dato le sue direttive, “moduli chiari, mi raccomando, tutto registrato a modo. Occupatevene voi, io passo prima di smontare”.
Gli infermieri che sbuffano lamentandosi: “dice che non mangia fino a quando non parla col suo avvocato. Deve ancora firmare, ricordamelo. A proposito hai visto i turni? Quella befana come al solito s’è sistemata bene”.
I piantoni in portineria, stanchi per definizione, che confabulano, con la mano sul citofono, biascicando per non farsi scoprire da chissà chi: “ci sono ancora quelli di ieri, ma non c’ho voglia di andare di nuovo in reparto. Ci sono appena stato.” “Ma digli che non hanno il permesso, di andar dal giudice e di tornare domani”.
Non ho le prove, ma non deve essere andata troppo diversamente da così. Certo c’è qualcuno che picchia fino a uccidere, che è colpevole e che dovrebbe essere processato. Poi c’è la schiera, sempre più numerosa, dei solerti cooperanti, col loro brusio di fondo indecifrabile, la beata ottusità che li contraddistingue, e ancora una volta un muro, a dividere un ragazzo che sta morendo, di fame e di sete oltre che di botte, dagli unici che saprebbero prendersene cura.
- Il “come” era comandato, il “che cosa”, beh, non erano fatti miei.
Questa la strategia difensiva di Eichmann e laddove molti intellettuali gridarono allo scandalo, negando ogni parentela con quel “mostruoso” omino, la Arendt, invece, si fermò a guardare, concludendone che quel signor nessuno ci somiglia. Aveva semplicemente smesso di pensare a quel che faceva, alle conseguenze delle sue scelte e delle sue omissioni, alle connessioni tra regole valide in certi contesti - la famiglia, gli amici, una buona reputazione sociale - e sfere di vita separate come il lavoro, per cui si dà il caso che uno si occupi della deportazione di massa di migliaia di persone e lo faccia bene, senza troppe domande. Certo il nazismo aveva concepito e predisposto regole aberranti, ma senza questi zelanti esecutori non avrebbe potuto portare a termine il suo progetto delirante e mortifero. Soprattutto quando questa narcolessia della ragione diventa prevalente, impedito il sorgere di ogni dubbio, messa a tacere ogni critica con un semplice gesto, un tratto di penna, “sono solo fatti miei” o “non sono fatti miei”, vuote formule rassicuranti dentro cui nascondersi, tane o trincee per battaglie quotidiane, non c’è regola, ordinamento, principio, per quanto equo e opportuno, che tenga.
Da quando è morto Stefano Cucchi non smetto di pensare a quanta gente ha incontrato. Non voglio in alcun modo ridimensionare le responsabilità, penali (degli aguzzini di Stefano e di quanti hanno avuto un ruolo in questa sporca faccenda) e politiche. “Casi” come questo non sono affatto casuali, gli abusi di potere e l’impunità delle forze dell’ordine, la solidarietà ambigua e omertosa tra istituzioni, che invece dovrebbero controllarsi a vicenda, sono purtroppo la regola in questo paese malato. Eppure quel che davvero mi incuriosisce e mi inquieta in questa storia è questa folla di personaggi (persone solo in certi contesti, come il vecchio Eichmann) con cui Stefano è entrato in contatto, con uno sguardo o affidando loro qualche richiesta, fiducioso che qualcuno (un essere umano?), prima o poi, lo stesse a sentire.
Il magistrato, troppo occupato per poter alzare il naso dalle sue scartoffie, per notare i lividi o il padre di Stefano, presente in aula, una “prova evidente” che il ragazzo non era un vagabondo, un “senza fissa dimora”, che i domiciliari magari si potevano valutare (tralascio al momento considerazioni sullo scenario che si apre per quelli che casa e famiglia non ce l’hanno per davvero e che se muoiono, non protesta nessuno).
L’avvocato d’ufficio che saluta gli sbirri, e no, lui no, non vuole rogne. Che ne sa dei lividi, c’erano, non c’erano? Del collega segnalato da Stefano non ne ha mai sentito parlare, e poi cosa avrà mai più di lui? “Il tribunale è un brutto ambiente, lasciatelo dire da uno che ne ha viste. Bisogna chiudere un occhio e sgomitare, sennò ti mangiano”.
Il primario inavvicinabile, che non ne vuol sapere, ha dato le sue direttive, “moduli chiari, mi raccomando, tutto registrato a modo. Occupatevene voi, io passo prima di smontare”.
Gli infermieri che sbuffano lamentandosi: “dice che non mangia fino a quando non parla col suo avvocato. Deve ancora firmare, ricordamelo. A proposito hai visto i turni? Quella befana come al solito s’è sistemata bene”.
I piantoni in portineria, stanchi per definizione, che confabulano, con la mano sul citofono, biascicando per non farsi scoprire da chissà chi: “ci sono ancora quelli di ieri, ma non c’ho voglia di andare di nuovo in reparto. Ci sono appena stato.” “Ma digli che non hanno il permesso, di andar dal giudice e di tornare domani”.
Non ho le prove, ma non deve essere andata troppo diversamente da così. Certo c’è qualcuno che picchia fino a uccidere, che è colpevole e che dovrebbe essere processato. Poi c’è la schiera, sempre più numerosa, dei solerti cooperanti, col loro brusio di fondo indecifrabile, la beata ottusità che li contraddistingue, e ancora una volta un muro, a dividere un ragazzo che sta morendo, di fame e di sete oltre che di botte, dagli unici che saprebbero prendersene cura.
venerdì 9 ottobre 2009
La democrazia dell’applauso
La corrispondenza d’amorosi sensi tra Silvio e il suo elettorato non conosce esitazioni, neppure di fronte a scandali e sentenze. Le polemiche serrate spingono, semmai, la base a far quadrato attorno al premier, vittima di chissà quali complotti. Il singolare fenomeno si sta rivelando un’arma a doppio taglio per il dibattito interno allo stesso pidielle, già gravato da grosse ipoteche, a partire dalla mancata elezione collegiale del segretario. E così nonostante i segni di nervosismo - le insofferenze di Fini, i bollori estivi di Miccichè e Prestigiacomo, le prime timide manovre di palazzo - al dunque bisogna restare compatti a costo di ingoiare qualche rospo. D’altronde, da questa situazione, anche gli scettici qualche cosa ci guadagnano. Senza troppi sforzi fanno di necessità virtù e trasformano la devozione popolare, che per altri versi gli è d’ostacolo, in una clava da agitare contro l’avversario. Dubbi sulla legittimità dei respingimenti? Contestazioni sullo scudo fiscale? Perplessità sull’economia creativa (e un po’ vaga) di Tremonti? Preoccupazioni per scuola e ricerca? Prima o poi ti senti dire che “loro hanno il consenso”, che “la gente li ha votati”.
Il premier e i suoi fedelissimi fanno di più. Invocano la piazza per contestare sentenze di tribunali civili e consulta, si richiamano al nuovo modello di “sovranità popolare” a cui vogliono ispirarsi, per il quale, come spiega Alfano, “chi vince governa”, probabilmente al di sopra e al di là di vincoli giuridici e costituzionali, retaggio di un’epoca conclusa. Il consenso sembra esonerare i rappresentati di governo dalla giustificazione pubblica dettagliata delle proprie scelte. È un argomento buono per tutte le stagioni.
Soprattutto il “consenso” e il “consenso sul consenso”, come strumento dialettico decisivo per risolvere il confronto, si sono potuti formare senza che fosse necessario colpire lo stato di diritto, come nei regimi veri e propri. Siamo di fronte ad un fenomeno nuovo, che non sappiamo ancora definire con chiarezza. Democrazia autoritaria? Non c’è accordo sul nome. Quel che è certo è il ricorso al carisma e alla forza del numero a discapito del dibattito ragionato, del rispetto di regole e valori condivisi, fissati dal nostro ordinamento.
È pur sempre democrazia? Ho qualche dubbio.
Una volta gli stessi partiti diffidavano dei personalismi, tentando di arginarli al proprio interno. Macchinoni ingombranti, a volte ingessate per l’eccessivo rigorismo procedurale, le formazioni politiche di un tempo erano piuttosto vivaci tra correntoni, vertenze, mozioni ed estenuanti sedute di congresso. I segretari di partito duravano poco e non avevano vita facile.
Non sempre tutto questo è stato un bene, ma bisogna pure ricordare che, in molte occasioni, l’alto livello di discussione interna li ha aiutati ad auto-emendarsi, una pratica che le democrazie dovrebbero incoraggiare e che, invece, in Italia è in declino.
Un lontano antecedente di questa odierna, straripante, tendenza, una prima concessione al potere carismatico del capo, sembrerebbe l’elezione per acclamazione di Bettino Craxi a segretario del partito socialista, nel congresso di Verona del 1984. Qualche giorno dopo Bobbio, socialista certamente non asservito a strategie di partito, battitore libero guardato con diffidenza da liberali, comunisti e compagni di partito, scriveva sulla Stampa un suo editoriale, “La democrazia dell’applauso”, commentando l’episodio.
Diceva Bobbio “l’elezione per acclamazione non è democratica, è la più radicale antitesi dell’elezione democratica (…). L’acclamazione, in altre parole, non è una elezione, è un’investitura. Il capo che ha ricevuto un’investitura, nel momento stesso in cui la riceve, è svincolato da ogni mandato e risponde soltanto di fronte a se stesso e alla sua ‘missione’”. E continuava, infuocato, richiamando l’attenzione sulle regole del gioco democratico, illustrandone la logica e il significato. Quel giorno, leggendo il giornale, un altro socialista si trovò d’accordo. Prese il telefono e chiamò Bobbio. Rispose sua moglie, non era in casa. “Sono il presidente Pertini, glielo dica, i suoi giudizi sono anche i miei.”
Qualche anno dopo Bobbio ebbe qualche problemino anche con Berlusconi.
La sensibilità politica di questi vecchi, la loro raffinatezza analitica, la capacità di intervenire al primo segnale d’allarme, getta una strana luce sul lassismo e l’indifferenza con cui, invece, è potuto passare il principio che il consenso fosse la regola aurea, non soltanto per le elezioni di un segretario di partito, ma, più in generale, per la discussione pubblica stessa.
Cassandra non viene mai presa sul serio.
Il premier e i suoi fedelissimi fanno di più. Invocano la piazza per contestare sentenze di tribunali civili e consulta, si richiamano al nuovo modello di “sovranità popolare” a cui vogliono ispirarsi, per il quale, come spiega Alfano, “chi vince governa”, probabilmente al di sopra e al di là di vincoli giuridici e costituzionali, retaggio di un’epoca conclusa. Il consenso sembra esonerare i rappresentati di governo dalla giustificazione pubblica dettagliata delle proprie scelte. È un argomento buono per tutte le stagioni.
Soprattutto il “consenso” e il “consenso sul consenso”, come strumento dialettico decisivo per risolvere il confronto, si sono potuti formare senza che fosse necessario colpire lo stato di diritto, come nei regimi veri e propri. Siamo di fronte ad un fenomeno nuovo, che non sappiamo ancora definire con chiarezza. Democrazia autoritaria? Non c’è accordo sul nome. Quel che è certo è il ricorso al carisma e alla forza del numero a discapito del dibattito ragionato, del rispetto di regole e valori condivisi, fissati dal nostro ordinamento.
È pur sempre democrazia? Ho qualche dubbio.
Una volta gli stessi partiti diffidavano dei personalismi, tentando di arginarli al proprio interno. Macchinoni ingombranti, a volte ingessate per l’eccessivo rigorismo procedurale, le formazioni politiche di un tempo erano piuttosto vivaci tra correntoni, vertenze, mozioni ed estenuanti sedute di congresso. I segretari di partito duravano poco e non avevano vita facile.
Non sempre tutto questo è stato un bene, ma bisogna pure ricordare che, in molte occasioni, l’alto livello di discussione interna li ha aiutati ad auto-emendarsi, una pratica che le democrazie dovrebbero incoraggiare e che, invece, in Italia è in declino.
Un lontano antecedente di questa odierna, straripante, tendenza, una prima concessione al potere carismatico del capo, sembrerebbe l’elezione per acclamazione di Bettino Craxi a segretario del partito socialista, nel congresso di Verona del 1984. Qualche giorno dopo Bobbio, socialista certamente non asservito a strategie di partito, battitore libero guardato con diffidenza da liberali, comunisti e compagni di partito, scriveva sulla Stampa un suo editoriale, “La democrazia dell’applauso”, commentando l’episodio.
Diceva Bobbio “l’elezione per acclamazione non è democratica, è la più radicale antitesi dell’elezione democratica (…). L’acclamazione, in altre parole, non è una elezione, è un’investitura. Il capo che ha ricevuto un’investitura, nel momento stesso in cui la riceve, è svincolato da ogni mandato e risponde soltanto di fronte a se stesso e alla sua ‘missione’”. E continuava, infuocato, richiamando l’attenzione sulle regole del gioco democratico, illustrandone la logica e il significato. Quel giorno, leggendo il giornale, un altro socialista si trovò d’accordo. Prese il telefono e chiamò Bobbio. Rispose sua moglie, non era in casa. “Sono il presidente Pertini, glielo dica, i suoi giudizi sono anche i miei.”
Qualche anno dopo Bobbio ebbe qualche problemino anche con Berlusconi.
La sensibilità politica di questi vecchi, la loro raffinatezza analitica, la capacità di intervenire al primo segnale d’allarme, getta una strana luce sul lassismo e l’indifferenza con cui, invece, è potuto passare il principio che il consenso fosse la regola aurea, non soltanto per le elezioni di un segretario di partito, ma, più in generale, per la discussione pubblica stessa.
Cassandra non viene mai presa sul serio.
martedì 6 ottobre 2009
Logica mente, se usata con malizia
Leggi l’articolo di Vittorio Macioce sul Giornale, “Rai, se i censori ora censurano Minzolini” e per un attimo, così fuori contesto, sembra persino plausibile, sensato. Tira in ballo la logica e il caro Bertrand Russell per palesare un’evidente contraddizione. E già, sostiene l’arguto commentatore, i paladini della libertà di stampa e d’espressione, pronti a mobilitarsi per far andare in onda Santoro, pretendono invece di zittire Minzolini, per il solo fatto che non la pensa come loro. Ammirevole integrità, bella coerenza!
Provi a resistere all’attacco, a fare qualche distinguo, chessò formale - una cosa è il telegiornale e altra l’approfondimento – e subito reagiscono.
Vuoi forse dire che il tg deve essere “imparziale” mentre gli altri hanno diritto ad avere un’opinione? Ma è un falso mito l’imparzialità, ognuno occupa un posticino nel mondo, da lì guarda le cose e le racconta.
Rilanci. E l’istituzionalità?
Beh, non è la prima volta che il direttore del tg1 fa un suo editoriale, uno strumento con cui non racconta un fatto, dice come la pensa.
Dai uno sguardo su youtube, trovi qualche precedente - le dimissioni di Riotta, quelle di Lerner, ancora Gad che agita un foglietto, denunciando pressioni per qualche assunzione, uno molto cliccato della Busi (che direttore non era) sul caso di Maria, la bimba bielorussa – insomma commenti sulla propria esperienza professionale o su notizie che colpiscono l’opinione pubblica, nessun parere personale direttamente legato alla vita politica del paese.
Quindi, diciamo, è irrituale, ma non vorrai pretendere di fissare una volta per tutte l’elenco degli argomenti discutibili in un telegiornale?
Arranchi. E il pluralismo?
Sì, in effetti la situazione dell’informazione in Italia è alquanto anomala, il capo del governo possiede il più importante network televisivo del paese, è un editore, ha più di un giornale e per di più controlla il servizio pubblico, ma Minzolini non è il garante. Non è mica colpa sua l’attuale assetto e che può farci se è d’accordo con la maggioranza?
In ogni caso, è quanto meno, inopportuno. Conosce il quadro e alza volutamente il tiro. E come la mettiamo con la collegialità? La redazione del suo tg non sapeva di questa presa di posizione e tanto meno la condivideva.
Indelicato, si può esser d’accordo, ma parlava a titolo personale e comunque gli altri redattori hanno potuto fare un comunicato per dissentire, no?
Spazientita ricominci daccapo, rileggi l’articolo, ripensi a cosa hai fatto.
Ecco il busillis, qui si confonde critica e censura! Perché è chiaro che essere a favore della libertà d’espressione non ti impegna affatto ad essere d’accordo con gli altri, fossero anche la maggioranza, in ogni singola discussione di merito. Ti riservi il diritto alla critica, proprio quello che hai esercitato, producendo anche qualche discreta ragione per contestare la scelta di Minzolini.
La censura è un altro mestiere. Innanzitutto devi sapere prima cosa ha intenzione di dire il tuo avversario (così, per ipotesi, un giornalista che ti è sgradito). Poi devi essere abbastanza potente, devi avere i mezzi per tentar d’impedire che esprima il suo parere, magari facendo pressioni sul suo capo, mettendo in forse i contratti dei suoi collaboratori. Oppure, con un po’ di anticipo, puoi montare una campagna contro di lui dalle colonne dei tuoi giornali, dalle scrivanie di direttori compiacenti, screditando in partenza il suo punto di vista in modo che sembri legittima la sua eventuale defenestrazione, una richiesta popolare. O magari puoi fare entrambe le cose.
Tiri un sospiro di sollievo. La logica funziona, ma qui c’è il trucco.
p.s.: grazie a Michele per aver alimentato la discussione e a Rony (che non conosco) per la soluzione del rebus.
Provi a resistere all’attacco, a fare qualche distinguo, chessò formale - una cosa è il telegiornale e altra l’approfondimento – e subito reagiscono.
Vuoi forse dire che il tg deve essere “imparziale” mentre gli altri hanno diritto ad avere un’opinione? Ma è un falso mito l’imparzialità, ognuno occupa un posticino nel mondo, da lì guarda le cose e le racconta.
Rilanci. E l’istituzionalità?
Beh, non è la prima volta che il direttore del tg1 fa un suo editoriale, uno strumento con cui non racconta un fatto, dice come la pensa.
Dai uno sguardo su youtube, trovi qualche precedente - le dimissioni di Riotta, quelle di Lerner, ancora Gad che agita un foglietto, denunciando pressioni per qualche assunzione, uno molto cliccato della Busi (che direttore non era) sul caso di Maria, la bimba bielorussa – insomma commenti sulla propria esperienza professionale o su notizie che colpiscono l’opinione pubblica, nessun parere personale direttamente legato alla vita politica del paese.
Quindi, diciamo, è irrituale, ma non vorrai pretendere di fissare una volta per tutte l’elenco degli argomenti discutibili in un telegiornale?
Arranchi. E il pluralismo?
Sì, in effetti la situazione dell’informazione in Italia è alquanto anomala, il capo del governo possiede il più importante network televisivo del paese, è un editore, ha più di un giornale e per di più controlla il servizio pubblico, ma Minzolini non è il garante. Non è mica colpa sua l’attuale assetto e che può farci se è d’accordo con la maggioranza?
In ogni caso, è quanto meno, inopportuno. Conosce il quadro e alza volutamente il tiro. E come la mettiamo con la collegialità? La redazione del suo tg non sapeva di questa presa di posizione e tanto meno la condivideva.
Indelicato, si può esser d’accordo, ma parlava a titolo personale e comunque gli altri redattori hanno potuto fare un comunicato per dissentire, no?
Spazientita ricominci daccapo, rileggi l’articolo, ripensi a cosa hai fatto.
Ecco il busillis, qui si confonde critica e censura! Perché è chiaro che essere a favore della libertà d’espressione non ti impegna affatto ad essere d’accordo con gli altri, fossero anche la maggioranza, in ogni singola discussione di merito. Ti riservi il diritto alla critica, proprio quello che hai esercitato, producendo anche qualche discreta ragione per contestare la scelta di Minzolini.
La censura è un altro mestiere. Innanzitutto devi sapere prima cosa ha intenzione di dire il tuo avversario (così, per ipotesi, un giornalista che ti è sgradito). Poi devi essere abbastanza potente, devi avere i mezzi per tentar d’impedire che esprima il suo parere, magari facendo pressioni sul suo capo, mettendo in forse i contratti dei suoi collaboratori. Oppure, con un po’ di anticipo, puoi montare una campagna contro di lui dalle colonne dei tuoi giornali, dalle scrivanie di direttori compiacenti, screditando in partenza il suo punto di vista in modo che sembri legittima la sua eventuale defenestrazione, una richiesta popolare. O magari puoi fare entrambe le cose.
Tiri un sospiro di sollievo. La logica funziona, ma qui c’è il trucco.
p.s.: grazie a Michele per aver alimentato la discussione e a Rony (che non conosco) per la soluzione del rebus.
Iscriviti a:
Post (Atom)
