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sabato 25 settembre 2010

Roberto Bolaño, 2666, secondo volume

Chiunque cerchi svago, divertimento, riflessione sì, ma condita da un velo d’ironia, una strizzatina d’occhio ogni tanto, può tenersi alla larga da questo romanzo.
2666 è un’opera mastodontica, eccessiva, implacabile, per certi versi mostruosa. Non di meno, se, al termine della lettura del primo volume e dopo il breve interludio di Stella distante, mi ero convinta che i romanzi brevi di Bolaño fossero meglio, quanto meno per prendere le misure, ora ho cambiato parere. Di 2666 si continuerà a parlare, ognuna delle sue 1105 pagine continuerà a parlare ancora per molto, di qui bisogna passare prima o poi. Tanto vale cimentarsi e accada quel che accada!
Per me è stata dura, ne esco stremata come dopo una lunga apnea, trasformata anch’io nel bambino-alga che salta fuori a un certo punto del racconto, quasi a ricordarmi chi sono mentre leggo, quale parte ho nella narrazione, che tutto era previsto, nulla affidato al caso, compreso il mio bisogno impellente di venir fuori a prendere aria, la disperazione ingolfata, scomposta, paonazza che mi coglie quasi subito all’inizio del secondo volume, che, poco a poco, si fa serena, a tratti persino piacevole. E alla fine (ma solo alla fine) vorrei ricominciasse daccapo. «Ancora una volta!» come le favole ascoltate da piccoli, i racconti del terrore o le dipendenze, tutte un po’ tossiche, sviluppate qualche anno più in là.
C’è un che di perverso in questa narcosi del lettore nel romanzo, e un che di prodigioso. Bello non è l’aggettivo appropriato per un libro del genere, che forse non è neppure un romanzo ma cinque, e forse non è neppure un romanzo ma una storia universale, dal percorso accidentato, faticoso, a tratti snervante, una selva di incastri, di digressioni narrative, didascaliche, enciclopediche che non vanno da nessuna parte, perché è precisamente lì che devono andare, come nei canti omerici o nell’epopea di Gilgamesh.

Torna a riproporsi la metafora dell’acqua, del racconto fiume che travolge, a ondate e reflussi, in cui è difficile stare a galla. Ne La parte dei delitti, che apre il secondo tomo, mi sono letteralmente impantanata e ho temuto di non sortirne più. I femminicidi di Santa Teresa - città di frontiera nel nord del Messico trasposizione letteraria di Ciudad Juarez dove i fatti in questione accadono davvero, sfondo narrativo della sezione precedente - occupano la scena, diventano oggetto principale del racconto. Oggetto non a caso, dal momento che di ogni singolo evento delittuoso viene offerto un quadretto sintetico e dettagliato, più consono ai toni devitalizzati, professionali e asettici, dei verbali di polizia, dei referti autoptici, delle pagine di cronaca nera. Di bozzetti, contenenti ogni tipo di atrocità, se ne affastellano un bel po’, uno dopo l’altro, centinaia fino a perdere il conto. Tanti che non do più peso alle aberrazioni che leggo, quasi non me ne accorgo, quasi non riconosco più (io, una donna) nell’ennesima morta una mia simile, un’altra donna.
La mia sensibilità si risveglia in certi intermezzi ambientati in carcere. La violenza tra maschi, descritta con dovizia di particolari, mi sembra atroce, insopportabile. Anche questo deve essere voluto, frutto di estrema maestria nella composizione e nel dosaggio, come il gusto per l’elenco, la catalogazione degli orrori, il ritmo ricorsivo, cadenzato, ipnotico, con cui Bolaño ammucchia cadaveri femminili rendendomeli indifferenti. E, tuttavia, è pur sempre noia quella che provo, e della peggior specie, d’una qualità oscena, una noia che non “dovrei” provare.

Torno a prender fiato ne La parte di Arcimboldi. Proprio quando il bambino-alga comincia ad immergersi, per me ha inizio la risalita.
Dentro questo ragazzino schivo e allampanato, che diventa uomo, gigante, sotto i miei occhi, ci stanno due guerre, una generazione, un secolo, i Mari del Nord Europa, le steppe siberiane, il deserto del Sonora, il mondo intero. Tutto condensato in un unico personaggio, un filamento flessibile, esile, lungo e stretto che proprio in virtù della sua adattabilità, del suo anonimato riesce a strisciare, a insinuarsi in situazioni incredibili, costellate da coincidenze siderali, assurde, impensate, che però non puzzano mai di finto, di forzoso o artefatto. Un anonimato il suo che non è mancanza di personalità, ma filtro, amore per il sedimento.
Con i suoi piedi enormi attraverso lande mai viste, per sbucare all’improvviso su incroci già noti, vicoli ciechi che avevo abbandonato e che ora rivelano un passaggio.
Imparo ad amare il timido omaccione, intriso di disciplina prussiana e furore rumeno, fiumi di vodka russa e gelo polare, anche per questo, perché grazie a lui tutto sembra trovare un senso, una precisa collocazione, perché in sua compagnia sembra possibile tornare indietro, rifare la strada, che è costata tanta fatica, evitando, ’sta volta, dubbi e smarrimenti.
Una bugia meravigliosa e tremenda, di cui sono saldamente convinta alla fine, tanto da aver voglia di rituffarmi subito in una seconda lettura. Il trucco finale, l’ultima ironia raffinata e crudele di Bolaño, che racconta un uomo, una storia, il mondo, ma non spiega l’arcano, che di nuovo mi porta, questa volta dolcemente, sfruttando a pieno l’incantamento del racconto, faccia a faccia con l’oscenità e l’abisso.
Chi è l’assassino di tutte quelle donne? Ora che conosco Arcimboldi, che so tutto di lui, posso veramente escludere che c’entri qualcosa? O non accade piuttosto che, avendolo visto da vicino, semplicemente non mi interessa più se sia o meno un assassino, che a viver fianco a fianco a un omicida la questione perda importanza, non significhi nulla perché, come si dice a un certo punto, anche “un assassino, in fondo, è buono”?
Questo al fondo mi sembra il nucleo duro dell’opera di Bolaño, che la letteratura è capace di tali e altre simili atrocità.

mercoledì 21 luglio 2010

Le parole degli altri. L’onesto mestiere dello scrittore

L’altro libro prezioso, circolato sotto mentite spoglie come collezione di ricordi sparsi senza troppe pretese, memorie rapsodiche di un vecchietto arzillo, che ha dalla sua un archivio infinito di aneddoti e storielle, di amici famosi a cui fare il ritratto, per gioco, per affetto e poco altro, è Mutandine di chiffon del soave Fruttero.
Snob come solo i torinesi sanno essere, intriso di sano e incorruttibile pessimismo sabaudo, di uno scetticismo sfrenato che non si è mai fatto illusioni (a differenza di quello un po’ tirato, sofferto, nel complesso poco credibile, di Berselli, inguaribile sentimentale, modenese della Bassa, venuto su tra feste dell’Unità, lambrusco e salamelle), Fruttero declina il suo ruolo nella variante “Gian Burrasca attempato”, irriverente guastatore che ghigna di tutto, infischiandosene di piaggerie, perbenismi e falsi pudori, umorista à la Voltaire che zompetta qua e là, divertendosi a mescolare alto e basso, sacro e profano.
Tanto alle lacrime ci pensa la vita, possiamo tranquillamente dedicarci ad altro. Affiora tra le pieghe una morale tocquevilliana di antica ascendenza liberale, a tratti conservatrice, tradizionalista, un po’ retrò, a tratti profetica, e non in virtù di chissà quale misteriosa capacità intuitiva, ma per il suo attaccamento alle cose, a inseguirle fino all’ultimo dettaglio, con sguardo lucido, disinteressato, più attento alle piccole crepe della realtà, ai bachi, agli errori che ai successi.

Svirgolate a parte, Mutandine di chiffon è soprattutto una meravigliosa, inappuntabile, lezione di stile, una chiara, incontrovertibile dimostrazione di cosa significa fare sul serio l’onesto mestiere dello scrittore.
Scrivere bene, scrivere bene di tutto, dal taschino della camicia ai propri affetti più cari, usare parole e sintassi come chiodo e martello, captare quando suonano, e quando proprio non va. È questa l’unica ambizione, riservata e modesta, che Fruttero ha mai coltivato e gli è riuscito davvero, per nostra fortuna.
Non soltanto un autore di gialli, se con ciò si intende in qualche modo sminuirne la grandezza. Anzi, mi correggo, soprattutto un autore di gialli, come direbbe lui ingenuamente, come a ribadire l’ovvio, ma di gialli a modo, perfetti, di noir coi controfiocchi, che non hanno nulla da temere sistemati in bella vista in libreria tra Pasolini e Sciascia. Che, al contrario, testimoniano il gusto per un piacere più sottile, più raffinato, più perfido e giocoso.
Affacciati sull’abisso, c’è chi al dunque preferisce chiudere con una buona battuta.

Quanto a raccontar storie di mestiere, se si hanno ancora dubbi su cosa fa uno scrittore quando è all’opera (e certamente è così dal momento che la questione è oscura), si può stare a sentire Fruttero che lo spiega a proposito di un altro, il Lucentini di Fruttero&Lucentini, l’amico di una vita, Franco.
(E con ciò passo finalmente al secondo saccheggio. Chi a questo punto fosse stremato, d’ora in poi, nei post intitolati “le parole degli altri”, può saltare direttamente al testo fra virgolette.)

«La sua prosa è fatta di quattro assi, mezza dozzina di chiodi, qualche pezzo di spago, un elastico, un paio di turaccioli, poche rondelle rugginose; è un’arte povera, da prigioniero, da recluso, da naufrago, da eremita, e non ha niente a che vedere col realismo né col neorealismo. L’uomo che ha messo assieme per implacabili eliminazioni questa scrittura fanaticamente dimessa è lo stesso che idolatra Ariosto e Flaubert, che ha tradotto per suo divertimento il Coup de dés di Mallarmé, che cita a memoria interi brani del D’Annunzio romanziere, che delle Finzioni di Borges ha dato una versione italiana che non sminuisce di una venatura i sontuosi e ironici marmi dell’originale.

Ottenere con mezzi volutamente infimi effetti d’intensa poesia è un obiettivo che molti scrittori “colti” si sono posti, soprattutto in Italia. Ma, in Lucentini, questo elemento di scommessa, di sfida sperimentale mi sembra secondario, se pure c’è. Nessuno, meno che mai l’interessato, sa che cosa effettivamente passi per la testa di uno scrittore nel momento in cui prende la penna in mano, ma gli amici di Lucentini sarebbero pronti a scommettere qualsiasi cifra che egli si accosta alla sua Olivetti, posata su uno sgabello, borbottando ‘Oh, allora…’, ‘Dunque, vediamo…’, ‘E che ci vuole?’, vale a dire con le stesse frasi, lo stesso animo, con cui l’hanno visto infinite volte smontare una lampada, segare una gamba di sedia, tendere un impianto elettrico, riparare un trenino, trafficare dentro un motore d’auto, ritagliare un vetro per una delle sue incisioni olandesi. Pantaloni di velluto, camicia a quadri, giacchetta da ladro di biciclette, e mani delicatissime, pazienti, ostinate, che non rifiutano nessun impegno e non hanno mai paura di “sporcarsi”. L’arte è per lui un solo grande cantiere, e il più duro giudizio che gli si possa sentir esprimere a proposito di un altro “lavoratore” – maestro della pittura veneta, poeta elisabettiano, regista di film western – è che “non sa fare”.»

lunedì 19 luglio 2010

Le parole degli altri. Prolegomeni a una filosofia a quattro zampe.

Non sempre si ha qualcosa da dire e allora è meglio tacere. Tanto più se quel molto o quel poco a cui si sta pensando l’ha già detto, e meglio, qualcun altro. In tal caso mi sembra più decoroso prendere a prestito, rubare, che tentare ad ogni modo di fare gli originali. Perciò ho deciso di inaugurare una serie di furti eccellenti, di rapine a banda armata di parole degli altri. A mia unica scusante la puntuale auto-denuncia.
Il primo malcapitato è Berselli e il suo gioiellino, Liù. Biografia morale di un cane, un libretto all’apparenza disimpegnato, inoffensivo, una collezione di riflessioni sparse e poco più, originate dall’osservazione puntigliosa, a tratti maniacale, delle abitudini della propria cagnolona, la labrador nera Liù. Prende in giro il Berselli, col suo gusto per l’ironia e lo scherzo, infilando nelle pagine, come cosa da niente, un trattatello di filosofia tra i più interessanti in circolazione. Dice di aver smesso di teorizzare, che gli riescono ormai solo i racconti, ma è goffo nei panni dello scettico radicale, si vede che c’ha il cuore tenero e non ci crede fino in fondo. Così non manca un pizzico di teoria e il racconto, prima o poi e non a caso, va a parare da qualche parte.
Ma ora spartiamoci il bottino.

«Purtroppo, l’Italia di sinistra, scomparso il gran partito dei lavorator, e sprofondata l’Atlantide comunista nel nero oceano della storia, ha lasciato una scia di indignazioni senza guida, di manie civili prive di obiettivo, di relitti regolamentari smodati, dove la legalità viene evocata di solito a martellate. In assenza di una guida riconoscibile, si è liberato un torrente di frustrazioni che tende a formare in particolari fronti di ostilità e di rancore. Ci vorrà soprattutto del Prozac. L’Italia di destra, liquidato il “partito zia”, è diventata un’estesissima famigliaccia al servizio del Sultano che c’è e di quelli che verranno. Per gli ostinati, per il fronte degli edonisti, ci vorrà del Viagra.
Prozac, Viagra. Alternativa tutta materialistica. In queste condizioni non c’è teoria che tenga. È vero che, per diverse stagioni, abbiamo creduto in tutte le peggiori sciocchezze ideologiche sul mercato e il capitalismo, ma adesso dovremmo evitare di farci imbrogliare ancora per amore di qualche schema.

Per riuscirci dobbiamo fare come il cane. Annusare tutto senza credere né ai profumi né alle puzze. Diffidare della scomodità. Diffidare della comodità. Alla fine, si sa bene che si comincia sempre con la grande filosofia tedesca, l’idealismo, la fenomenologia dello spirito, le appercezioni a priori, le intuizioni trascendentali, la pace perpetua, Kant che non sbagliava mai di un minuto, per poi scendere verso terra e trovare le soluzioni lì dove le stai cercando, nei labirinti del quotidiano, fra le alternative intrinseche alla realtà, e dove le scopriremo, come previsto, solo abbaiando.»

martedì 12 gennaio 2010

Roberto Bolaño, 2666

Un anno fa, mese più mese meno, in una conversazione telefonica con un amico che purtroppo non vedo mai, tra novità e aggiornamenti personali, chiacchiere sparse, disordinate e incoerenti, salta fuori la dritta, “2666, Bolaño”. Ne prendo nota su un foglietto, cosa perfettamente inutile dal momento che all’indomani della mia innocente “scoperta” mi ritrovo a inciampare nel romanzo e nell’autore in questione dappertutto, terze pagine dei principali quotidiani, recensioni su riviste che coltivano ancora qualche timida pretesa culturale, vero e proprio proselitismo sul web più agguerrito e informato. Diffidente nei confronti dei fenomeni letterari di massa, forse, più realisticamente, punta nell’orgoglio per essere arrivata a Bolaño così tardi e solo dietro suggerimento altrui, lascio sedimentare la curiosità, mi trattengo ignorandolo in libreria per un bel po’. Fino a quando mi sembra di nuovo possibile raccontare a me stessa, con un minimo di credibilità, di essere io a scegliere questo romanzo e che lui si presenta a me quando i tempi sono maturi per il nostro incontro. Un meccanismo cervellotico, che riflette a sua volta un sentimentalismo egocentrico, infantile e stucchevole, lo ammetto. D’altronde con Bolaño è la mia prima volta.

Com’è andata? Un libro complesso, difficile. Eppure senti che è importante, che non puoi arrenderti, che devi andare avanti. Anche quando il muro d’acqua di questa storia complicata ti si rovescia addosso sommergendoti, perdendosi in mille rivoli che fatichi a seguire, impegnata, come sei, a restare a galla.

Un’ossessione letteraria, la ricerca di un enigmatico scrittore di cui si sono perse le tracce da tempo. Pochi gli elementi da cui partire: voci che potrebbero rivelarsi infondate, una descrizione sommaria, neppure una foto. Tutto converge verso Santa Teresa, una città desolata dello stato del Sonora in Messico, degna di nota solo per il fatto che lì accadono strani omicidi: giovani donne rapite e assassinate, non si sa da chi, non si sa perché. Attorno il deserto, la terra di mezzo, la frontiera in cui tutto sembra destinato a rimanere irrisolto, dilatato, sospeso.

Brevi flash di una trama intricata che non provo neppure a riassumere. Ogni quadro ha vita a sé stante, in ciascuno di essi lo sguardo si perde come in una pala d’altare o in quei libri per bambini con i diorami, le figurine di cartone che saltano fuori dalla pagina. Dettagli laterali, lasciati lì quasi per caso, rivelano talvolta l’incastro. Per il resto l’unità del racconto è affidata, direi, ad una tonalità di luce, tenue e rarefatta, per niente lieve o confortante, che disegna contrasti netti lasciando le cose in penombra. Sole che non riscalda, alone opalescente che si diffonde a partire dall’ombra, via via sempre più sinistra, dello scrittore scomparso. E arrivi alla fine, che fine non è, in un crescendo nevrotico, che è parte della storia e monta in te che stai leggendo. Nessun mistero risolto, neppure una risposta agli enigmi che anzi riverberano in questo gioco continuo di lampi improvvisi, di salti apparentemente definitivi, che rivelano nessi con cose lontane o che saranno, proprio quando non te l’aspetti e poi ancora non appena ti illudi di essere sulla buona strada, a rovesciare i piani attraverso “innocenti” cambi d’angolazione.

Insomma finisce il libro ma non hai la benché minima idea di come vada a finire la storia, il che forse è normale dal momento che il volume in questione raccoglie solo le prime tre parti del romanzo fiume di Bolaño, a cui seguono le ultime due (?) raccolte in un altro tomazzo che devo prontamente comprare. Sarà…la mia sensazione è che molto poco “si concluderà” nel senso tradizionale del termine e che continuerò a godermi quest’opera straordinaria con la frustrazione di non aver risposta alcuna, di continuare a rimbalzare da un piano all’altro, di ipotesi in ipotesi, di dubbio in dubbio, accompagnata solo da questa luce fredda e inclemente che getta nuovi squarci su tutto e tutti. Il peso di questa insoddisfazione e il fastidio, epidermico e tutto personale, per i romanzi eccessivamente lunghi e complicati sono tuttavia compensati dall’incanto dei dettagli – personaggi indimenticabili, che si affacciano e non tornano più, dialoghi, descrizioni, singole frasi – dallo stupore del “come ha fatto? non si può spostare una virgola, non si può dire meglio!” che molto spesso, quasi distrattamente, Bolaño regala. Quell’esperienza inconfondibile che si prova leggendo chi è capace di scrivere.

venerdì 9 ottobre 2009

Michel Houellebecq, Le particelle elementari

Le vite parallele e diversissime di due fratellastri, cresciuti senza conoscersi, accomunati soltanto dall'abbandono della madre, una donna bella ed egocentrica, che fagocita ogni tipo di anti-conformismo e di sperimentazione sessuale post-sessantottina, in un individualismo erotico-sentimentale che non conosce limiti, nemmeno quelli della propria distruzione.
Paragonato alle voci dissacranti e corrosive della letteratura americana - Roth, De Lillo e Auster - Houellebecq è persino più bravo nella costruzione del racconto, un ordito complesso, in cui rientrano questioni diversissime - la storia del nostro secolo, specie dopo i rivolgimenti culturali del '68, l'analisi sociale, la meccanica quantistica e gli scossoni, scientifici e metafisici, che essa ha provocato nell'attuale visione del mondo - tutte maneggiate e tenute insieme con grande cura.
Peccato per gli scivoloni moralistici, le fascinazioni idealistiche che vorrebbero talvolta correggere la storia, il sovrapporsi di un rancore oscuro e privato che trasforma il narratore in un fustigatore di costumi, colmo di bile, lontano dal sereno distacco dell'ironia.
E così sembra che Houellebecq sia più interessato a togliersi qualche sassolino dalle scarpe, a sistemare una faccenda privata...

Simonetta Agnello Hornby, La zia marchesa

Un libro per stomaci capaci, per famelici ingordi pronti alla grande abbuffata.
Fine Ottocento, Sicilia aspra, calda, selvaggia e desolata, come lo sguardo di Amalia, la balia di Costanza, la “criata” di casa Safamita, che trascorre i suoi giorni lenti, faticosi e sempre uguali incastrata nelle grotte della Montagnazza insieme a sua nipote, Pinuzza. Unico passatempo il racconto degli anni trascorsi a servizio, a tirar su quella bambina strana, rossa di pelo, spuntata fuori da non si sa dove, al cui destino si legano le sorti di un’intera famiglia, generazioni di “padroni”, nobili oziosi e indolenti, abituati a comandare, scalzati - poco alla volta, ma inesorabilmente - dai nuovi potenti, politici e mafiosi, con cui, per sopravvivere, bisogna scendere a patti. Sullo sfondo, caparbio, ostinato, il colpo d’occhio degli ultimi, il fatalismo rassegnato di chi sa che tutto cambia per rimanere uguale. Le increspature di superficie non coinvolgono gli abissi a loro assegnati e con questa consapevolezza, appiccicata addosso, osservano le vicende dei padroni, i crucci e gli affanni di quei pupi in crinolina, che soffrono, sì, ma non hanno dolori.
La trama gattopardesca e l’influenza linguistica evidente, dichiarata, di Camilleri denunciano la “sicilianità” del libro, il suo inserirsi al termine di una determinata linea genealogica. Prova ne è il fatto che la zia marchesa è realmente esistita. Lontana parente della Hornby, di cui tutti in famiglia parlavano malissimo - a partire da quel suo strano colore di capelli, foriero solo di guai - la marchesa è già stata protagonista di una novella, niente popò di meno che di Pirandello, Tutt’e tre, che ne fissa il ricordo negativo da cui Hornby vuole riscattarla.
Eppure, al di là dei debiti innegabili nei confronti di predecessori così ingombranti, questo romanzo non è affatto il tardo epigono di una ben più florida stagione letteraria. Non credo si possa dire, come ho letto in qualche recensione, che si tratta di “un neo-feuilleton di trama infinita ed estenuante,… un romanzo di trama, di personaggi, di architettura professionale”, ma non un “romanzo di ricerca”, (…che poi bisognerebbe sapere cos’è un romanzo di ricerca senza trama, personaggi, dialoghi, narrazione, descrizioni, tutte cose in cui la Hornby si dimostra straordinariamente capace).
Sparita l’eleganza altera e, a tratti, compiaciuta di Tomasi di Lampedusa, la grazia e la leggerezza del siciliano arioso di Camilleri, la Hornby è impietosa e lucida nell’analisi. Greve, terrestre, aspra e impastata la lingua, debordante il fraseggio, smisurata la trama.
L’incomprensibile irrazionalità di un popolo che ride delle tragedie e fa drammi per niente, le radici antiche di una mentalità non completamente decifrabile e neppure superata, al centro della ricerca. Senza reticenze o giustificazioni posticce, rivestimenti mitologici né scuse per nessuno.

Stéphane Audeguy, La teoria delle nuvole

Sereno, velato, con qualche addensamento, il romanzo rivelazione di questo giovane scrittore francese scorre senza lasciare tracce significative del suo passaggio. Né impetuose tempeste, né abbacinanti giornate di sole. Una calma piatta, avvolta da una leggera foschia, che rende impossibile mettere a fuoco alcunché.
Diafani e inconsistenti i due protagonisti – Akira Kumo, un vecchio stilista giapponese trapiantato a Parigi, con un passato oscuro e uno strano interesse per la meteorologia, e Virginie Latour, la giovane bibliotecaria che si occupa delle sua collezione di opere sull’argomento e che, poco alla volta, ne conquista la fiducia – due sconosciuti fino alla fine, attorno a cui si intrecciano le storie di alcuni pionieri della scienza delle nuvole, vere e proprie incursioni nella trama principale, mai annunciate né portate a termine, rese ancor meno riconoscibili per la scelta, puntigliosa e irritante, del tempo presente, l’unico tempo, dilatato, in cui si svolge la narrazione.
Audeguy ci serve nel piatto un paio di ingredienti, a quanto pare, graditi al palato francese – la fascinazione per il sol levante, già assaporata nel romanzo della Barbery, l’insistenza su un erotismo morboso e cervellotico, una rivisitazione della tradizionale salsina psico-analitica, il gusto per una scrittura piana, chiara, pulita, “très chic”, anche se un po’ insipida – ma non riesce a farne un amalgama convincente.
Gli spunti narrativi più interessanti – il passato che Akira ha cancellato, l’originale composizione di piani, che dalla teoria delle nuvole ci porta fino alla nuvola più tremenda e aberrante, a Hiroshima - vengono annacquati, disciolti in un’atmosfera fredda e rarefatta, che sfiora soltanto le cose, senza abbracciarle. Deludente.

Francesco Piccolo, La separazione del maschio

Il maschio che racconta questa storia, la sua storia, è dotato di spirito d’osservazione, disarmante sincerità e totale disprezzo per qualsiasi forma di auto-compiacimento. Con questo maschio si può parlare – è già qualcosa - anzi talvolta è sorprendente, quasi inquietante, quanto in certe cose ci somigliamo.
È sposato e ha una figlia. È un buon padre, attento e disponibile, premuroso, non come quelli di una volta, distratti, assenti o irraggiungibili, sempre sulle difensive. È persino un buon marito, se si trascura per un po’ una serie di “dettagli” di cui parlerò a breve. Sta all’erta, sa che niente è per sempre, per questo si preoccupa di Teresa, la osserva, cerca di indovinarne i pensieri per darle ancora, giorno dopo giorno, buoni motivi per stare con lui. Certo non è perfetto, a volte s’incupisce per niente e spesso è lontano da casa, rintanato nella sala di montaggio, in cui lavora per ore, al buio, dissenzionando scene per ricreare un altro film, quella versione rivista e corretta, riassemblata, tradita o migliorata, che noi vediamo nelle sale.
Nel tempo libero questo maschio scopa altre donne. Non moltissime, sempre le stesse, salvo qualche sporadica new entry. Non vuole avventure, si affeziona, stabilisce rapporti duraturi, chiacchiera e raccoglie confidenze. Le studia con scrupolosa attenzione per riconoscere i tratti ricorrenti del suo desiderio sessuale nell’evidente diversità di ognuna. Non può rinunciare a nessuna, sono loro ad esser libere di lasciarlo. Sa che queste vite parallele prima o poi si insinueranno nella realtà, facendola deflagrare, mandando all’aria la famiglia, per cui vive e che ama, nonostante tutto, l’atmosfera calda e rilassante, quella noia confortante che solo tra le quattro pareti di casa propria si può provare. Sa, ma non può farci niente e poi tutto va come non t’aspetteresti.
Non è in crisi, né prova sensi di colpa. Ha imparato dal cinema - dall’immagine in movimento che doveva aiutarci a comprendere la durata - l’arte della separazione, del frammento, del ritaglio, della giustapposizione di scene provvisorie, riproducibili che si proiettano sempre altrove. Non l’io esplode, ma il mondo: di mondi ce ne sono tanti, paralleli e ignari l’uno dell’altro, rare e occasionali le comunicazioni, gli snodi fortuiti e ininfluenti, impossibile sentirsi in colpa se non si abita lo stesso mondo.
Non è uno stinco di santo, ma con questo maschio non riesco ad arrabbiarmi. Si auto-denuncia, ammette che “il suo immaginario erotico è elementare, di primo grado – una specie di modello base: l’immaginario erotico del maschio meridionale, il punto più basso della scala evolutiva della contemporaneità, probabilmente”.
Da qui, forse, può partire la conversazione.